Gas o petrolio? Il dualismo tra le due fonti energetiche fossili più strategiche e più importanti per l’economia internazionale si sta in questi anni accentuando. Plasmato non solo da questioni legate alle tematiche della transizione energetica, essendo il petrolio, tradizionale “oro nero”, ritenuto convenzionalmente di maggiore impatto ambientale rispetto al sempre più importante “oro blu”, chiave di volta della strategia di diversificazione di vari mix energetici, ma anche da importanti questioni geopolitiche. Le rotte del petrolio e quelle del gas disegnano analoghe convergenze e rivalità strategiche, plasmano alleanze non solo energetiche ma anche infrastrutturali, commerciali, finanziarie tra Paesi esportatori e mercati di consumo.

In particolare, questo è stato ritenuto fondamentale per diversi Paesi europei e del bacino del Mediterraneo, che hanno puntato con gradualità ma inesorabilmente sul gas naturale valorizzando le infrastrutture di trasporto, distribuzione e stoccaggio nuove o già esistenti ed efficienti per costruire le basi di un sistema energetico flessibile, programmabile ed economico; la resilienza di nuovi mercati (Egitto, Mediterraneo orientale, Azerbaijan) è stata vista come un’alternativa credibile alla dipendenza dalla Russia; gli investimenti in gas considerati il primo passo per la sostanziale decarbonizzazione. Al 2018 il gas naturale era oltre il 60% della quota di petrolio consumata nell’Unione Europea (324 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti contro 504) contro il 40% mediamente registrato negli Anni Novanta.

Al consumo, il gas naturale ha goduto di un vantaggio di prezzo essendo generalmente più conveniente di circa il 50% rispetto al petrolio nella generazione elettrica. E questo nonostante sia aumentata in maniera drammatica la “fame” di energia grazie a cui il gas si sta ritagliando un ruolo preminente. Per capirne la portata basti pensare a quanto questo fenomeno stia incidendo sugli equilibri geopolitici mondiali, con le reti di gasdotti che sono una priorità per le strategie di diversi Paesi che, spesso, ragionano nell’ottica di strategie di respiro continentale: dal North Stream 2 al Turkstream e al Power of Siberia, per andare alle reti che collegano Giappone e Cina con la Russia, l’Orso russo è al centro di questa partita geostrategica, ma un altro teatro estremamente animato è quello del corridoio che unisce i Balcani al Mar Caspio, ove insistono il Tap-Tanap e i nuovi progetti di gasdotti e terminal di gas naturale liquefatto studiati da Grecia, Serbia, Bulgaria.

Il parere di analisti come Gianni Bessi, consigliere regionale dell’Emilia-Romagna e analista geopolitico, autore de “House of Zar” è che attorno al Paese guida del mercato gasiero mondiale, la Russia, si stia vivendo una vera ‘guerra fredda’ del gasalimentata sia dalle ambizioni di Mosca che dalla volontà geopolitica di potenze come gli Usa, desiderose di arginarla.

La concorrenza si gioca a tutto campo e alimenta assieme ai trend di consumo, alle preferenze della decarbonizzazione e al ragionamento sulle rinnovabili un crescendo di attenzioni per l’oro blu, che fa sì che il mercato del gas naturale cominci ad assomigliare a quello petrolifero, dove sono i prezzi e non la geolocalizzazione a determinare il valore delle transazioni. Rafforzando il desiderio di molti attori di essere parte della gara.

L’esempio di Qatar e Algeria

Nel dicembre del 2018 da Doha il ministro dell’energia Saad Sherida al-Kaabi ha annunciato l’uscita del Qatar dall’Opec. Una mossa a prima vista soltanto politica. Un anno e mezzo prima infatti l’emirato era stato oggetto di un embargo economico da parte dei vicini del Golfo guidato dall’Arabia Saudita. E visto che il cartello dei produttori è trainato da Riad, la scelta del Qatar aveva certamente dei risvolti politici. In realtà dietro quell’annuncio c’era anche altro. Doha, tra gli storici esportatori di greggio, già da diversi anni aveva iniziato a rappresentare l’esempio più nitido di “conversione” dal petrolio al gas. L’orientamento del Qatar è stato favorito dai diversi e capienti giacimenti all’interno del suo territorio e dinnanzi le proprie coste.

Un dato su tutti: Doha, come sottolineato da Businessinsider, produce quasi il 30% del gas naturale esportato in tutto il mondo ed è inoltre principale fornitore di gas naturale liquefatto. Il petrolio ha ancora una voce importante nel ricco bilancio delle entrate dell’emirato, ma il gas oramai ha preso il sopravvento. E gli investimenti del governo locale vanno verso quella direzione. Il Qatar, senza tralasciare le esportazioni di oro nero, mira a diventare massimo riferimento globale del mercato del gas. Dal Golfo al Mediterraneo, in nord Africa c’è anche un altro Paese che sta orientando le proprie aspettative verso il gas. Si tratta dell’Algeria, la cui azienda di Stato, la Sonatrach, è impegnata in una difficile quanto delicata ristrutturazione industriale volta a dare maggiore risonanza al mercato del gas.

Nel 2019, giusto per dare un’idea, l’Algeria ha fornito all’Europa 40.9 miliardi di metri cubi di gas. Nella zona industriale della città di Hassi Rmel, Sonatrach sta ingrandendo gli stabilimenti destinati al trattamento e alla compressione del gas. Un altro indicatore della volontà algerina di implementare la sua presenza in questo particolare mercato.

Il petrolio “non passa mai di moda”

Ad ogni modo questa tendenza non implica necessariamente il definitivo tramonto del greggio. Al contrario, dopo la prima fase di lockdown dovuto alla prima ondata globale di coronavirus nella primavera del 2020, il prezzo dell’oro nero è tornato a salire ed a stabilizzarsi a livelli importanti. Segno di un nuovo equilibrio tra domanda ed offerta e di come, da qui al medio termine, la stessa domanda non è destinata a calare. Le più grandi economie del pianeta, a partire da quella cinese, una volta ripartite dopo le prime serrate anti Covid sono tornate a chiedere in modo preponderante nuovo greggio da importare.

La permanenza del petrolio come elemento vitale per l’economia, non impone necessariamente ritardi nelle svolte “green”. Energy Intelligence in un report pubblicato ad aprile, ha evidenziato come ad esempio le piattaforme petrolifere off shore, le quali da sole mandano avanti buona parte delle attuali esplorazioni, siano meno inquinanti dei giacimenti a terra. Le emissioni prodotte dall’estrazione del greggio via mare sono molto minori rispetto ad altre forme di produzione dell’oro nero: “Gli asset produttivi della Shell nel Golfo del Messico – ha ad esempio dichiarato su Energy Intelligence William Langin, vice responsabile delle esplorazioni nel nord America della Shell – hanno probabilmente la più bassa intensità di carbonio di tutti i nostri beni a livello globale”.

Dunque, per quanto si possa sottolineare che il gas naturale abbia un vantaggio operativo, strategico e commerciale legato sia a equilibri economici che a ragioni politiche, sarebbe precipitoso dichiarare terminata anzitempo la storia dell’oro nero. Già in passato data prossima al tramonto per la questione, poi risolta, della carenza delle scorte. Come l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre, l’età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio. Né sarà soppiantata dall’era del gas naturale che ad essa coesiste in attesa che prendano, prima o poi, piede le strategie globali di transizione ecologica che plasmeranno le dinamiche del XXI secolo. Sino ad oggi, in ogni caso, vero e proprio secolo dei combustibili fossili.