L’accordo firmato tra Egitto e Qatar per l’aumento delle forniture di gas naturale liquefatto non è una semplice intesa commerciale. È il riflesso di una fase di transizione energetica difficile, nella quale il Cairo cerca di tamponare un problema immediato – la crescente domanda interna – senza rinunciare a un disegno più ampio: restare, e anzi rafforzarsi, come hub regionale del gas nel Mediterraneo orientale.
Il Qatar come fornitore di ultima istanza
La scelta del Qatar non sorprende. Qatar è il primo esportatore mondiale di GNL e dispone di una flessibilità logistica che pochi altri possono garantire. Le 24 consegne previste nei mesi estivi rispondono a una logica di emergenza: temperature elevate, consumi elettrici in crescita, margini sempre più ridotti per la produzione nazionale. L’intesa va oltre la semplice fornitura e tocca infrastrutture, stoccaggio e cooperazione tecnica, segnalando una partnership strutturale e non contingente.
Le riserve in calo e il fattore tempo
Il nodo centrale resta il declino della produzione egiziana, iniziato a fine 2022. Per un Paese che aveva costruito la propria narrativa energetica sull’autosufficienza e sull’export, il ritorno alle importazioni è un passaggio politicamente sensibile. Il governo insiste sul carattere temporaneo della crisi e ribadisce l’obiettivo dell’autosufficienza, ma nel breve periodo la sicurezza energetica passa inevitabilmente da accordi esterni.
L’asse con Israele e il Mediterraneo orientale
In questo quadro si inserisce il maxi accordo sul gas con Israele, basato sul giacimento offshore di Leviathan. L’intesa, resa possibile dal via libera politico del governo israeliano, prevede flussi fino a 130 miliardi di metri cubi entro il 2040. È un volume strategico, che rafforza l’interdipendenza tra Il Cairo e Tel Aviv e consolida il ruolo dell’Egitto come piattaforma di liquefazione e riesportazione. Le rassicurazioni egiziane sul carattere “puramente commerciale” dell’accordo servono a contenere le ricadute politiche interne e regionali, soprattutto sullo sfondo della guerra a Gaza.
Valutazione strategica
Dal punto di vista strategico, l’Egitto sta giocando su più tavoli. Da un lato diversifica le fonti – Qatar, Israele, Cipro – per ridurre il rischio di dipendenza da un singolo fornitore. Dall’altro investe nel proprio ruolo infrastrutturale: terminali come Ain Sokhna e Damietta diventano asset geopolitici, non solo industriali. La modernizzazione delle infrastrutture, inclusi nuovi gasdotti transfrontalieri, rafforza questa centralità.
Scenari economici
Sul piano economico, il gas resta una leva essenziale per stabilizzare il sistema elettrico e contenere i costi sociali dell’energia. Tuttavia, l’importazione di GNL ha un prezzo più elevato rispetto alla produzione domestica, con effetti sui conti pubblici. L’equilibrio tra sostenibilità finanziaria e sicurezza energetica sarà uno dei test principali per il governo nei prossimi anni.
Geopolitica del gas
La mappa energetica del Mediterraneo orientale si conferma come uno spazio di cooperazione pragmatica più che di alleanze ideologiche. L’Egitto dialoga con il Qatar, con Israele e con attori occidentali, cercando di trasformare la propria vulnerabilità energetica in un’occasione di rilancio geopolitico. Il gas diventa così uno strumento di politica estera, capace di compensare, almeno in parte, le fragilità interne.
Conclusione
L’accordo con il Qatar non risolve i problemi strutturali dell’Egitto, ma compra tempo. E nel Medio Oriente di oggi, il tempo è una risorsa strategica quanto il gas. La sfida per Il Cairo sarà trasformare questa fase di dipendenza controllata in un nuovo ciclo di stabilità e centralità regionale, evitando che l’emergenza energetica si traduca in un vincolo politico duraturo.

