Il fattore umano e il ruolo delle competenze nell’era della corsa all’elettricità

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La transizione energetica è una sfida strategica che coinvolge ampi investimenti industriali, grandi sviluppi tecnologici e nuove competenze professionali e mai quanto oggigiorno tutto si deve tenere per permettere a una vera ed efficace transizione di prendere piede. La sfida è olistica e su più piani: per costruire un efficace sistema di generazione e distribuzione servono fonti disponibili e governabili nel flusso e nella trasmissione, impianti digitali di coordinamento e controllo dei carichi tutelati anche dalle doverose prescrizioni securitarie a monte, centri di smistamento in grado di coordinare domanda e offerta, una rete di supporto tecnica pronta a ovviare a ogni forma di guasto.

In un contesto globale segnato da una profonda dipendenza dall’elettricità, che vedrà una crescente rilevanza delle fonti rinnovabili con il loro annesso sistema di produzione, integrazione di rete e governance, e, come abbiamo scritto, con la rivoluzione dell’intelligenza artificiale vi dipenderà sempre di più, sarà decisivo, dunque, che operativamente anche il mondo delle necessarie competenze si sviluppi di pari passo. Vale per l’Italia, per l’Europa, per il sistema internazionale: la transizione energetica è una sfida di sistema che crea nuove domande per la formazione e il lavoro e offre opportunità e sfide su questo versante.

In tal senso lAgenzia Internazionale dell’Energia notava nel report World Energy Employment 2025 che su un campione di più di 700 aziende intervistate per costruire un report sul lavoro nel mondo della transizione, nonostante un boom dell’occupazione in dato contesto su scala globale, circa il 50% di esse indicava la presenza di mismatch tra domanda di posti di lavoro qualificati nel settore della transizione e l’effettiva offerta sul mercato. Un dato che mostra l’ampiezza della sfida e che in un certo senso è comprensibile: gli ultimi anni hanno visto un’accelerazione della transizione e dei fattori abilitanti sul piano economico, tecnologico e digitale e il sistema deve adattarsi a formare nuove competenze. Anche una ricerca del New Climate Institute di fine 2025 poneva in essere questioni simili, sottolineando la sfida di colmare i gap di competenze per il processo di transizione energetica.

La stessa questione vale per l’Italia, Paese in cui la ridotta partecipazione, rispetto ai partner europei e occidentali, dei giovani alla formazione in discipline Stem mostra anche sul settore elettrico ed energetico le sue ricadute. Come abbiamo scritto, tale collo di bottiglia è un fattore da non sottovalutare per la competitività del sistema-Italia, ma si inserisce in un quadro sistemico in cui la crescita della domanda sopravanza quello dell’offerta e mostra tanto l’immanenza della sfida quanto la prospettiva strategica che tali dinamiche innovative in campo energetico, e non solo, plasmano. Insomma, c’è un fattore umano assolutamente fondamentale e da tenere in considerazione: i limiti dell’ampliamento della transizione green sono innanzitutto i limiti del sistema di formazione delle competenze vitali per garantirne continuità e sviluppo; sono i vincoli della produttività del lavoro e della capacità del mondo formativo di rispondere al gap di skill richieste; sono, dunque, anche direttamente proporzionali alla capacità degli operatori del settore e delle istituzioni di promuovere l’importanza di accrescere il capitale umano a disposizione di questa partita di rango internazionale e che per ogni sistema sta imponendo cambiamenti nei modi di pensare i settori energetici. In fin dei conti, ogni rivoluzione economica e industriale ha richiesto cambiamenti trasformativi. La fase attuale non è diversa.

La sfida di un sistema più robusto e a minor impatto ambientale sarà anche quella della ricerca di figure capaci di lavorare al suo interno per progettarlo, programmarlo, governarlo e migliorarlo sul campo. Chiaramente, un laboratorio eccellente di questa forma di integrazione e sviluppo possono essere le imprese che già oggi, operativamente, fanno e sviluppano la transizione in forma concreta e possono capire quali siano le buone pratiche, le prospettive costruttive e le capacità da evolvere per mettere tecnici, professionisti, lavoratori nelle migliori condizioni per conseguire le dovute competenze e capire come gestire a livello progettuale la sfida. Tra queste imprese c’è CESI, multinazionale italiana con sede a Milano, partecipata da Enel e Terna e operante nei grandi progetti di consulenza energetica e nel testing e nella certificazione dei componenti a più alto valore e più strategici per il settore elettrico, tra cui quelli che possono abilitare reti più connesse, più sicure e più in grado di portare energia “verde”. CESI vanta una presenza internazionale nella gestione di progetti e nel testing, con laboratori in Europa, Usa e Cina e fornisce al suo interno per i suoi dipendenti un vero e proprio “incubatore” di capacità avanzate, provenienti da sistemi diversi e culture industriali e tecnologiche non necessariamente sovrapponibili, per apprendere la transizione mentre viene fatta, passo dopo passo. Le competenze del futuro nascono anche dalla prova concreta con la realtà, e potranno essere sviluppate dalle imprese tramite  la sinergia corretta con le istituzioni: remare nella stessa direzione è conditio sine qua non per far avanzare a tutto campo la corsa globale della transizione green avendo le persone giuste ai posti (di lavoro) giusti.