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Energia

Il dilemma dell’Isola di Kharg: perché gli Usa non toccano il cuore dell’export di petrolio iraniano

Il terminal petrolifero iraniano sarebbe un facile bersaglio. Ma le contro indicazioni (politiche, militari e ambientali) sono forti.

Nel martellante incedere della Terza guerra del Golfo un primo momento di frizione tra Stati Uniti e Israele, che avevamo ipotizzato come plausibile su queste colonne e Axios ha poi confermato, è stata la scelta di Tel Aviv di colpire i depositi di petrolio stoccati attorno Teheran e gli impianti di raffinazione, che avrebbe trovato gli Usa tutt’altro che concordi.

I dilemmi degli Usa

Washington intende inserire un futuro Iran nella sua architettura di sicurezza e mira alle risorse del Paese, non al loro smantellamento. Equilibrio difficile da sostenere in una guerra dalla molta tattica e dalla poca strategia. Nei giorni scorsi è emersa, infatti, l’idea che il presidente statunitense Donald Trump avrebbe considerato l’ipotesi di occupare con forze speciali e tenere sotto controllo l’infrastruttura chiave dell’export energetico di Teheran, l’Isola di Kharg.

Questo piccolo isolotto di meno di 23 km quadrati, a lungo centrale nell’export energetico della Repubblica Islamica, aveva quello che è stato per molti anni il terminal petrolifero più grande del pianeta, messo sotto attacco dall’Iraq di Saddam Hussein nel 1986 durante la guerra contro l’Iran.

Kharg è il cuore del petrolio iraniano

Ricostruita, copre oggi il 90% dell’export di greggio del Paese centroasiatico ed è abitata da poco più di 8mila persone. Più che un’isola, una grande piattaforma galleggiante strategica e decisiva per il Paese, che però gli Usa lasciano intoccata nonostante abbiano gli asset militari per provare un colpo di mano che servirebbe anche a evitare che a Tel Aviv il governo di Benjamin Netanyahu si faccia, nuovamente, strane idee sull’innalzamento dell’asticella della guerra.

Nulla di questo succede, e la reazione americana all’assalto israeliano al petrolio di Teheran, con la conseguente pioggia acida sulla capitale iraniana, spiega perché: Kharg è una linea rossa troppo importante. Già a giugno ipotizzavamo, dopo che Israele aveva messo nel mirino il gas naturale nella guerra dei dodici giorni, che Kharg fosse il bersaglio più grosso colpibile. Se nulla è accaduto, per ora, è per l’esistenza di un veto americano

Come ricorda il Financial Times, “anche se l’Iran ha bombardato giacimenti petroliferi, raffinerie e terminali di gas in tutto il Medio Oriente, nessuno ha toccato l’isola di Kharg per rappresaglia, e questo è un segno di quanto l’amministrazione consideri importante la base”. Essa sarebbe facilmente colpibile: le foto via satellite mostrano enormi quantità di petrolio stoccato in serbatoi, infrastrutture che connettono a pozzi vicini, navi e apparati logistici. Ma in primo luogo agli Usa serve un Iran capace di agire dopo un’eventuale pace, e distruggere questa rete andrebbe nella direzione opposta.

I timori Usa su Kharg

In secondo luogo, gli Usa temono che colpendo Kharg o coinvolgendola nella guerra con un raid mirato, che potrebbe provocare la distruzione dei terminal, si creerebbe un effetto-contagio su più fronti. Da un lato, su quello politico e militare, con un’escalation della reazione iraniana che creerebbe uno shock di prezzo per il petrolio e un’escalation incontrollata. Dall’altro, sotto forma di un potenziale disastro ambientale nel cuore del Golfo, in cui sarebbero coinvolti tutti i partner degli Usa.

Infine, un dato geopolitico. “La stragrande maggioranza delle esportazioni di petrolio iraniano è destinata alla Cina”, sottolinea il Ft. Il rischio di colpire asset cinesi a Kharg è troppo alto per rischiare un colpo del genere, che creerebbe una frattura politica eccessivamente grave tra Washington e Pechino. Kharg è il termometro che permetterà di capire quanto la guerra in Iran sarà destinata ad evolvere in un’avventura senza ritorno in un territorio inesplorato. Dal suo coinvolgimento in un conflitto si potrebbe capire molto di ciò che aspetta il mondo alla prova della tempesta iraniana.

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