Il mercato mondiale del petrolio trattiene il fiato mentre la guerra tra Israele e Iran prosegue e getta nella più grande incertezza il Medio Oriente. “Re petrolio” continua a essere un driver fondamentale dei mercati e ad oggi tutti gli occhi sono puntati sullo Stretto di Hormuz, la vitale giugulare marittima che connette il Golfo Persico all’Oceano Indiano e da cui, ogni giorno, passano 20 milioni di barili di greggio sulle petroliere. E chi opera in campo energetico guarda con attenzione e apprensione alla sfida tra le due potenze mediorientali. Essenzialmente ponendosi tre interrogativi:
- La guerra può causare uno shock di fornitura energetica su scala globale?
- L’Iran bloccherà Hormuz se il conflitto dovesse espandersi?
- Quanto la guerra influenzerà le strategie dell’Opec e degli altri attori del settore petrolifero
Ad oggi, dopo la fiammata di venerdì 13 giugno (+7%) i prezzi del petrolio sembrano essere tutto sommato rimasti stabili. Brent e Wti sono scesi di circa il 5% nella giornata di lunedì per poi risalire oggi ma non c’è stato ad ora alcun effetto di shock energetico globale. Il motivo di questo fatto è semplice: gli operatori da tempo scontavano il rischio geopolitico e con lo scoppio della guerra stanno stringendo i denti concentrandosi, per ora, su un solo parametro: valutare se il traffico di greggio tramite Hormuz continua o meno. E in caso affermativo, non farsi prendere dal panico. Così è, almeno per ora.
La U.S. Energy Information Administration mostra quanto saliente sia il peso di Hormuz anche in tempi in cui la retorica globale punta sulla transizione energetica (che, alla prova dei fatti è una “aggiunta energetica” di rinnovabili alla struttura basata sui combustibili fossili dei mix globali) ma in cui la domanda mondiale di petrolio è ai massimi storici. Negli ultimi anni la quota di greggio transitata da Hormuz, nota la Eia, è rimasta stabile, assieme alla salienza geopolitica dello stretto.

A Hormuz il petrolio continua a passare, per ora
Ragione, questa, per guardare con apprensione all’avanzamento dei raid israeliani alle strutture energetiche iraniane e, pare, anche ad alcune navi transitanti vicino allo Stretto a partire dall’avvio dei raid. Il Financial Times segnalava venerdì una maggiore cautela degli operatori ma nessuna interruzione dei flussi di greggio e inoltre ” Teheran rispetto al passato è meno propensa a interrompere le spedizioni” in caso di guerra, “dati i migliorati rapporti con l’Arabia Saudita e la necessità di mantenere il flusso delle proprie esportazioni”, che per circa la metà coprono la produzione (3,2 milioni di barili al giorno) dirigendosi verso un partner-chiave come la Cina.
Le prossime giornate saranno di grande incertezza e complessità. Va detto che ogni aumento del prezzo del greggio è comunque significativo perché la crisi intercetta un contesto critico per le forniture internazionali di petrolio, caratterizzato da una volatilità di prezzo verso il basso a causa dell’aumento della fornitura dell’Opec+ volta a mettere fuori mercato i produttori di shale oil americani.
Anche in borsa, chi investe sul greggio è per questo meno propenso a speculare, evitando che si crei un substrato finanziario alla tensione geopolitica che resta la vera molla capace di generare una crisi strutturale dal mercato del petrolio all’economia internazionale. Ad oggi, nonostante il caos bellico, nessuno shock si è trasmesso allo scambio di fonti energetiche. Ma tutti trattengono il fiato. E “Re Petrolio” si conferma decisivo per l’economia e la stabilità del sistema globale.
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