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Pagare per inquinare è sempre più complesso e costoso nei mesi in cui l’Unione Europea avanza sulla scia della definizione dei suoi progetti di transizione energetica. Mentre l’Europa sperimenta una corsa record nei prezzi dell’energia elettrica, il ruolo delle materie prime nel determinare con la loro impennata nelle quotazioni questa crescita va di pari passo con le evoluzioni del mercato dei permessi di inquinamento.

Oggigiorno, nello schema di emissione europeo, produrre una tonnellata di diossido di carbonio costa al produttore 62,4 euro, un valore pari al doppio di quello registrato nel settembre anno scorso e dodici volte il prezzo di quattro anni fa. Tale rally rischia di inficiare notevolmente la possibilità di procedere nelle tabelle di marcia previste sul piano Fit for 55, sullo sviluppo economico-industriale di strategie per la transizione e sulla regolazione dei mercati energetici del futuro.

Da quando in primavera l’Unione Europea ha iniziato ad annunciare le strategie che, mediando tra pragmatismo e ideologia, hanno avviato il Green New Deal, come i “dazi verdi” proposti per colpire le nazioni che in questa fase storica hanno standard ambientali più labili e il piano Fit for 55 con annesse strategie di fuoriuscita dalle energie fossili, i carbon permits hanno iniziato a decollare nelle quotazioni. A maggio hanno sfondato per la prima volta il costo di 50 euro per tonnellata, mentre un paio di settimane fa hanno sfondato i 60.

Lanciato nel 2005 come primo grande schema al mondo di questo tipo, l’Emission Trading System (Ets) dell’Unione Europea si applica a 11.000 tra fabbriche, poli produttivi e strutture aventi un’emissione netta superiore ai 20 MW l’anno. A ognuna di queste istituzioni sono assegnate quote annuali di inquinamento, superate le quali il soggetto che rimane a secco deve rimediare acquistando i permessi sul mercato da altri soggetti che dispongono di quote rimaste inutilizzate attraverso un sistema di aste. Fit for 55 ha ridotto gli spazi di manovra in termini temporali e quantitativi per le imprese europee, mentre al contempo la combinazione tra i nuovi obiettivi europei e le posizioni speculative acquisite in reazione ad essi degli hedge fund e dagli investitori istituzionali, che tendono entrare e uscire dal meccanismo in base ai prezzi, hanno di fatto anticipato gli scenari inizialmente previsti per il 2025 portando ad un rally del prezzo.

Questo, chiaramente, è avvenuto ben prima che le soluzioni tecniche della nuova economia sostenibile, in diversi settori in graduale ma inesorabile dispiegamento, fossero già disponibili sul terreno. Per questo motivo, scrive Formiche, “le imprese sono costrette a pagare oggi il costo Ets che avrebbero evitato di pagare in futuro se avessero avuto il tempo per mettere a terra i necessari investimenti”, riducendo ed erodendo il conto economico e il patrimonio senza che i vantaggi economici della transizione, che grazie all’efficienza crescente possono manifestarsi concretamente, siano ancora stati capitalizzati.

La corsa del mercato Ets rende nel breve periodo più costoso inquinare, rendendo dunque pesante per le imprese il fardello dell’acquisto dei permessi, e sottrae risorse agli investimenti in transizione e sviluppo sistemico di nuove tecnologie, reti, forme di alimentazione, rallentando il percorso verso la decarbonizzazione. Logico dunque che questa tenaglia rischia di chiudersi sul mercato europeo a causa dell’assenza di razionalità nel comportamento e nelle aspettative di diversi operatori.

Alla prova dei fatti, aziende, imprese, utilities ed enti regolatori non hanno altra scelta che scaricare sui consumatori finali il prezzo del processo in cui sono coinvolti, contribuendo a rendere assai più problematica la strada verso la transizione. Per questo in Spagna Pedro Sanchez ha proposto un taglio netto all’Iva sull’elettricità e ovunque nell’Ue si pensa di calmierare i prezzi e ridurre l’impatto delle bollette. Gli analisti di Boston Consulting hanno per il solo caso italiano stimato in 15 miliardi di euro il costo extra che le imprese dovranno sobbarcarsi e i consumatori pagare per dare spazio agli investimenti necessari a costruire nuovi impianti, a riqualificare quelli già esistenti, a sviluppare nuove fonti di alimentazione, a evitare la distruzione di posti di lavoro. I problemai contingenti rischiano di far schizzare verso l’alto questa cifra, rendendo inoltre di fatto impossibile ogni stima per l’Europa paragonabile a svariate decine di miliardi di euro. I governi europei possono e devono evitare un bagno di sangue e, soprattutto, frenare la corsa dei permessi di inquinamento, specie se dietro di essi si scorgerà qualche “manina” di carattere finanziario e borsistico. L’alternativa è accettare un rallentamento impronosticabile nella già complessa e ambiziosa tabella di marcia della decarbonizzazione.