La geopolitica della corsa allo spazio
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Il fatto che l’Europa stia pagando un conto salato in termini di approvvigionamenti energetici alla Federazione Russa contribuendo a finanziare la guerra in Ucraina è noto fin dalle prime ore dell’invasione del 24 febbraio scorso. Ma solo nelle ultime settimane stanno venendo allo scoperto le grandi dimensioni di un fenomeno che è la conseguenza diretta della dipendenza europea da Mosca oggi faticosamente contrastata in ogni modo, compreso il ritorno dal gas al carbone nei mix energetici nazionali, dai Paesi del Vecchio Continente, con in testa l’Italia e la Germania.

Il conto è di quelli pesanti: la Russia incassa circa 900 milioni di euro al giorno netti da gas, petrolio e carbone esportati verso i mercati esteri e di questi 530 al giorno, mediamente, sono arrivati dai Paesi dell’Unione Europea. Lo rivelano i dati di un centro di ricerca ambientalista di Berlino, Europe Beyond Coal, unico ente a aver tenuto in tempo reale i calcoli della dipendenza energetica europea da Mosca. Nei primi centodiciassette giorni di guerra, dati disponibili mentre scriviamo, l’Europa ha speso oltre 62 miliardi di euro per le forniture energetiche da Mosca. Per la precisione poco più di 30 per il petrolio, poco meno di 30 per il gas naturale e 1,7 per il carbone al 20 giugno 2022.

La metodologia utilizzata da Europe Beyond Coal è tale da renderla pragmaticamente una delle più affidabili. I costi sono calcolati all’avanzamento del tasso di cambio e dei prezzi della materia prima in un contesto che, nell’ottica dei promotori, mira a sensibilizzare sulla transizione energetica e sulle alternative che l’Ue avrebbe avuto: in Europa coi 62 miliardi spesi per gas e altre materie prime Ebc sottolinea si potrebbero avere 760mila case e 7.505 campi da calcio coperti da pannelli solari, 1.945 parchi eolici onshore e 315 offshore, 966mila pompe di calore e 282mila interventi di isolamento termico degli edifici. Tutto questo contemporaneamente.

Quali Paesi spendono di più per l’energia russa? Italia e Germania, ovviamente. Roma con 14,30 miliardi e Berlino con 24,12 dal 24 febbraio in avanti hanno dato assieme una cifra-monstre a Mosca (38,42 miliardi) che nel nostro Paese sarebbe pari ai fondi di una legge finanziaria corposa e ambiziosa. Complessivamente Italia e Germania coprono il 61,92% delle spese europee. Ed è interessante sottolineare come al terzo posto per dipendenza si piazzi la Polonia sottoposta all’embargo energetico russo sul fronte del gas (minoritario nel mix per 475 milioni di euro di importazioni) ma che complessivamente importa petrolio per 8,07 miliardi e carbone per 681 milioni di euro. Con 9,24 miliardi di euro l’antirussa Polonia ha finanziato pienamente oltre dieci giorni di guerra a Mosca.

Il quadro tracciato è chiaro, in un contesto che vede la strategia per gli embarghi energetici procedere a macchia di leopardo: fattibile sul carbone, plausibile in forma non completa sul petrolio nel medio periodo, impossibile sul gas. La via europea è quella della sostituzione graduale,. il cosiddetto phasing out, che però garantisce sul breve periodo alla Russia la possibilità di far valere la sua attuale predominanza scatenando i ricatti energetici e le guerre sui prezzi. E con questa capacità di controllo sull’offerta la Russia può, visti i prezzi e il superciclo in atto, usare l’energia e il gas in particolare come arma geopolitica cambiando a suo piacimento i ritmi di fornitura. Lo stop a Polonia e Bulgaria primaFinlandia poi da un lato e il calo delle forniture alla Germania e all’Italia dall’altro ne sono stati plastici esempi.

Time scrive che questa strategia è razionale da parte della Russia: “La logica di Putin potrebbe essere che, sebbene interrompere le forniture di energia all’Europa danneggerà la Russia, probabilmente danneggerà di più l’Europa se riuscirà a sferrare il primo colpo”. E il primo colpo mira a ridurre la capacità di preparazione dell’Europa all’inverno: “gli stoccaggi di gas europei sono al di sotto della media per questo periodo dell’anno con il 52% di riempimento. Con il Nord Stream 1 in funzione alla sua attuale capacità del 45%, gli analisti calcolano che gli stoccaggi europei non supereranno il 69% entro il 1 novembre 2022. Ciò metterà il continente in una posizione pericolosa all’inizio del 2023 se l’inverno sarà freddo” facendo sentire con forza l’urto della dipendenza da Mosca. La Russia accetta dunque di subire sul fronte degli altri settori l’urto delle sanzioni ma si consolida grazie a gas, petrolio e carbone. E i dati mostrati dall’associazione basata a Berlino parlano chiaro: l’Europa sta pagando un conto salato e costante, una vera bolletta a Mosca ingiustificata politicamente anche nel quadro di politiche di diversificazione in ascesa. E il fatto che si sia scelto, nel breve periodo, di adeguarsi all’ordinaria amministrazione di questo problema, di fatto dribblandolo, dà l’idea della confusione del Vecchio Continente sulla risposta a una guerra di cui è il grande perdente politico ed economico. Come l’energia dimostra chiaramente.

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