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Il cambiamento climatico è una delle sfide che la comunità internazionale dovrebbe affrontare con la massima attenzione e cautela possibile attualmente. Secondo Angelica de Vito, consulente per le Nazioni Unite sul Migrazione Climatiche, “Il cambiamento climatico non è una causa diretta dei conflitti, ma è ormai riconosciuto come un moltiplicatore di minacce, capace di esasperare tensioni latenti e amplificare crisi già in atto”.

Oggi parlare di clima vuol dire discutere del rapporto tra siccità ed occupazione, come avviene in Palestina, o di come le risorse naturali e la distruzione di obiettivi sensibili per i civili sono obiettivi militari impattanti per il malore delle nazioni che si difendono da aggressioni o da dittature feroci, come in Siria o in Sudan. In tutto questo c’è il jolly: l’amministrazione Trump, che già nel primo mandato ha dato dimostrazione del suo disimpegno negli impegni eco-solidali statunitensi nei confronti del multilateralismo, in quello che sembra uno scenario che dal post-apocalittico/utopico sta diventando la strenua realtà anche per noi privilegiati.

Quanto il cambiamento climatico influisce nei conflitti

In contesti segnati da fragilità economica, governance debole e diseguaglianze, lo stress ambientale agisce da acceleratore, contribuendo allo scoppio di disordini sociali, guerre per le risorse e migrazioni forzate. L’accesso all’acqua, in particolare, sta diventando uno dei fronti più delicati. In Israele e Palestina, l’acqua è da sempre una risorsa contesa: Israele controlla circa il 90% dell’acqua disponibile in Cisgiordania, lasciando ai palestinesi quantità estremamente ridotte, spesso sotto la soglia di dignità sanitaria indicata dall’OMS. Rapporti delle Nazioni Unite e di Amnesty International denunciano una gestione iniqua e, in alcuni casi, l’uso dell’acqua come strumento di pressione e controllo politico.

Ma ci sono esempi ancora più estremi. In contesti di guerra attiva, l’ambiente e le risorse naturali sono sempre più strumentalizzati. In Sudan e in Siria, la distruzione di infrastrutture idriche e la contaminazione delle fonti d’acqua sono state utilizzate per punire o affamare popolazioni civili. Secondo un’indagine dell’International Committee of the Red Cross, in molti conflitti contemporanei, il sabotaggio ambientale è una tattica bellica vera e propria. Un caso recente e tragico è quello dell’inquinamento del Nilo causato dai bombardamenti nelle aree ospedaliere durante i combattimenti in Sudan: le acque sono diventate veicolo di malattie e di morte, colpendo indiscriminatamente civili e intere comunità. Non si tratta solo di “effetti collaterali”: in molti casi, l’ambiente è deliberatamente colpito per provocare il massimo danno umano, sociale e sanitario.

Nel Sahel, la desertificazione e il collasso dei pascoli stanno generando un’escalation silenziosa ma costante di violenza tra pastori nomadi e agricoltori stanziali. La scarsità d’acqua e terra coltivabile spinge intere comunità a migrare verso territori già occupati, generando frizioni etniche, razziali e religiose che sfociano spesso in conflitti armati. Il Global Peace Index conferma che i Paesi con maggiore vulnerabilità climatica sono anche quelli con i più alti livelli di instabilità politica e militare. Anche nel Corno d’Africa, la siccità estrema ha contribuito al collasso dei mezzi di sussistenza, esasperando la dipendenza dalle milizie locali, che offrono risorse in cambio di arruolamento. Qui, la crisi climatica non è solo una questione ambientale, ma un problema di sicurezza regionale.

In sintesi, il clima oggi non solo condiziona la geopolitica, ma diventa esso stesso teatro e arma del conflitto. Una transizione climatica disordinata, diseguale e priva di governance globale rischia di trasformare molte aree del mondo – soprattutto quelle più vulnerabili – in zone di guerra ecologica.

Il rapporto clima-migrazioni e il futuro dell’Europa

Nel breve e medio periodo, è vero: l’Europa sarà prevalentemente meta di migrazioni climatiche, non punto di partenza. I motivi sono evidenti. Da un lato, la sua posizione geografica – con il Mediterraneo come ponte naturale per i flussi provenienti dal Nord Africa e dal Sahel – dall’altro, la sua attrattività socioeconomica: servizi sanitari, istruzione, relative garanzie democratiche, sistemi di welfare. Non è un caso che il Groundswell Report della World Bank preveda fino a 216 milioni di migranti climatici interni nei Paesi più vulnerabili entro il 2050, molti dei quali poi si muoveranno anche oltre i confini nazionali, verso l’Europa.

Ma l’idea che “noi” saremo solo spettatori di questo movimento è miope e sbagliata. In realtà, l’Europa stessa è già toccata dagli effetti climatici che possono rendere aree del continente parzialmente o totalmente inabitabili, nel giro di qualche decennio. L’IPCC, nel suo Sesto Rapporto, ha segnalato con forza l’accelerazione di processi come:

  • L’erosione costiera: in Italia, Grecia, Croazia e Francia, molte zone balneari sono a rischio sommersione, e città come Venezia, Marsiglia, Salonicco o Barcellona potrebbero dover affrontare scenari di evacuazione parziale nei prossimi 80 anni.
  • La desertificazione agricola: in Spagna meridionale, Sicilia, Puglia, Sardegna, e Grecia interna, la perdita di fertilità del suolo e la scarsità idrica stanno già causando abbandono delle terre e migrazione interna verso le città. Secondo l’ISPRA, oltre il 20% del territorio italiano è già oggi soggetto a rischio desertificazione.
  • Eventi estremi ricorrenti: ondate di calore, incendi e alluvioni stanno cambiando la mappa dell’abitabilità anche in Paesi del Nord Europa, con danni infrastrutturali che minacciano servizi essenziali.

A questo si aggiunge un elemento culturale profondo: la percezione europea dell’immobilità come diritto acquisito. Ma la storia dimostra che nessun continente è esente dal dover emigrare. La vera novità è che oggi, i cambiamenti climatici sono più veloci delle risposte politiche e infrastrutturali.

Non è impensabile – anzi, è probabile – che entro la fine del secolo intere popolazioni europee si trovino costrette a spostarsi all’interno del continente o verso Nord, alla ricerca di regioni più fresche, con risorse idriche e suoli ancora fertili. L’artico scandinavo, per esempio, è già oggetto di investimenti e studi su come ospitare popolazioni in fuga dalle zone più calde del continente.

Il concetto di “rifugiato climatico” non ha nazionalità fissa. È una condizione, non un’identità. Oggi tocca i contadini del delta del Mekong o i pastori del Sahel; domani potrebbe toccare i pescatori dell’Adriatico o i piccoli agricoltori della Castiglia.

La vera sfida, quindi, non è solo “gestire l’accoglienza”, ma ripensare l’abitabilità del nostro stesso territorio, comprendendo che l’Europa non è un rifugio per sempre, ma una delle tante regioni del mondo a rischio. In questo senso, il rapporto tra clima e migrazione non ci chiede di avere pietà, ma lungimiranza.

Tutte le lacune del discorso pubblico

Il rapporto tra cambiamento climatico e migrazioni è ormai chiaro a livello scientifico, ma resta marginale nel discorso pubblico e nei media mainstream. Perché?

Innanzitutto, per un problema di temporalità e visibilità. Il clima agisce come fattore “lento” e indiretto: non fa esplodere un conflitto in un giorno, ma logora gradualmente le condizioni di vita. Siccità, perdita di biodiversità, erosione del suolo: tutti fattori che impattano sull’agricoltura, sull’economia locale, sull’accesso all’acqua. Ma lo fanno nel silenzio, senza immagini spettacolari né eventi improvvisi. E ciò che è lento, nel ciclo dell’informazione, tende a scomparire.

In secondo luogo, la narrazione delle migrazioni è ancora fortemente segnata da logiche securitarie, emergenziali o assistenzialiste. Il migrante viene raccontato come “problema”, “peso” o “minaccia”, mai come indicatore di un sistema che si sta deteriorando. In questo schema, il cambiamento climatico non trova spazio, perché non offre un nemico da incolpare. Parlare di clima significa ammettere che la causa è sistemica, strutturale, e riguarda anche noi, che emettiamo la maggior parte dei gas serra.

Un altro ostacolo è di tipo istituzionale. Le politiche migratorie e quelle climatiche sono ancora concepite come compartimenti stagni. Rientrano in ministeri, fondi, competenze diverse. Non esiste (salvo rare eccezioni) una visione integrata nelle agende nazionali o nei piani di adattamento climatico. Questo frammenta le risposte, e impedisce alla narrazione pubblica di comporsi in modo coerente.

A livello mediatico, il linguaggio è parte del problema. La parola “migrante climatico” è usata poco, e spesso impropriamente. I telegiornali parlano di “ondate”, “emergenze”, “crisi umanitarie” senza mai specificare che, dietro quegli spostamenti, ci sono in molti casi terre che non producono più cibo, fonti d’acqua prosciugate, raccolti distrutti da eventi estremi. Così il legame causale si spezza, e con esso l’empatia.

Le uniche realtà che oggi riescono a tenere insieme questi temi in modo coerente sono movimenti dal basso come Fridays For Future, alcune agenzie ONU come IOM e UNHCR, o centri di ricerca indipendenti. Ma il loro impatto comunicativo è ancora troppo debole rispetto alla narrazione dominante.

Infine, c’è un fattore più sottile ma potentissimo: il rifiuto culturale della complessità. Unire clima e migrazioni significa spiegare dinamiche globali, affrontare responsabilità storiche, parlare di cause e non solo di effetti. È più facile limitarsi al “qui e ora”, raccontando lo sbarco o l’emergenza, che costruire una narrazione di lungo periodo capace di collegare una crisi ambientale in Africa o in Asia a una pressione migratoria in Europa. Eppure, fino a quando questi due temi continueranno a essere trattati separatamente, nessuna delle due crisi potrà essere realmente compresa, né tantomeno risolta.

Trump e le politiche su clima e migrazioni

Tutti gli scenari realistici indicano che il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump nel 2025 segnerebbe una nuova fase di ostilità verso il multilateralismo e un forte ridimensionamento dell’impegno statunitense nelle politiche globali su clima e migrazioni. Ma, rispetto al primo mandato, oggi le conseguenze sarebbero (e sono) ancora più gravi. Perché la crisi climatica si è aggravata, le tensioni geopolitiche sono aumentate, e la necessità di cooperazione è diventata più urgente.

Tra il 2016 e il 2020, Trump ha già ritirato gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, ha tagliato i fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in piena pandemia e ha più volte attaccato le agenzie ONU accusandole di essere inefficaci, faziose o ostili agli interessi americani. Il rischio è che nel prossimo mandato la strategia si radicalizzi ulteriormente.

Il primo bersaglio sarebbe verosimilmente l’architettura climatica internazionale, a cominciare da UNFCCC, il quadro delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici. Senza il contributo (politico, economico e tecnico) degli Stati Uniti, le dinamiche negoziali nelle COP rischierebbero un blocco, o peggio, una spaccatura tra Paesi industrializzati e resto del mondo. Anche l’IPCC, già sotto attacco da parte di think tank conservatori, potrebbe subire un progressivo discredito istituzionale.

Ma non è solo il clima ad essere in pericolo. Le agenzie che si occupano di migrazioni e protezione internazionale – come UNHCR e IOM – rischiano un isolamento ancora più marcato. Trump ha già provato a delegittimare il concetto stesso di “rifugiato” e ha promosso una politica estera fondata su muri, respingimenti e restrizioni agli ingressi, anche in casi di emergenza umanitaria. Con una retorica che tende a demonizzare la migrazione e negare l’emergenza climatica, le due crisi – ambientale e umanitaria – vengono disarticolate proprio quando dovrebbero essere affrontate in modo integrato.

C’è poi un rischio meno visibile ma profondo: il contagio geopolitico. Se gli Stati Uniti si disimpegnano dal sistema multilaterale, molti altri Paesi potrebbero seguirli. Già oggi, governi autoritari o populisti guardano con favore alla chiusura americana per giustificare scelte unilaterali o l’uscita da trattati internazionali. In un simile scenario, il consenso globale sul clima e sui diritti umani potrebbe frammentarsi rapidamente, con un ritorno alla logica dei blocchi contrapposti.

Infine, c’è la questione economica. Gli Stati Uniti sono tra i principali finanziatori di fondi per il clima (come il Green Climate Fund) e per la gestione delle emergenze migratorie. Un disimpegno americano significherebbe meno risorse per l’adattamento climatico nei Paesi più vulnerabili, ovvero più migrazioni forzate e più instabilità.

Già solo dopo i primi 100 giorni di mandato, la nuova amministrazione Trump non solo ha attuato azioni volte ad accelerare i processi di degrado climatico e frammentazione migratoria, ma sta minando anche gli strumenti globali che servono ad affrontarli. Proprio nel momento in cui avremmo bisogno di più cooperazione internazionale, rischiamo un ritorno al sovranismo isolazionista, con conseguenze profonde su scala planetaria.

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