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Energia

Il carbone torna a farla da padrone nella tempesta energetica

La crisi energetica morde e fa male u un palliativo potrebbe essere il ricorso al carbone. In Asia sta già realtà e in Europa si fa largo.

Immaginate le fabbriche con ciminiere alte e cilindriche, le torri di raffreddamento, spazi con grandi cumuli neri di combustibile. No, non è l’Inghilterra del Settecento in piena rivoluzione industriale, ma il mondo di oggi nella morsa della crisi energetica. Il carbone, combustibile fossile a lungo utilizzato nella storia per la produzione elettrica prima di lasciare spazio ad altre fonti, potrebbe essere l’ancora di salvezza per molte economie a causa dei venti di guerra in Medio Oriente e della chiusura dello Stretto di Hormuz, accadimenti che stanno rendendo difficile l’approvvigionamento di gas e petrolio in molte zone del mondo

La questione è al centro del dibattito in tutti i Paesi, compresi quelli occidentali che per anni hanno investito risorse per attuare la cosiddetta “transizione energetica” imperniata sullo sviluppo delle energie rinnovabili e che oggi potrebbero fare un’importante retromarcia per somministrare ossigeno a cittadini e imprese, mentre in altre parti del globo è già attuata. 

Da Occidente a Oriente, il ritorno al carbon fossile 

Il continente che più di tutti gli altri sta bruciando le tappe è l’Asia. Qui, nella parte del mondo in cui il sole sorge, l’approvvigionamento di gas e petrolio dai Paesi del Golfo è una componente rilevante per il soddisfacimento del fabbisogno energetico e i tempi che stiamo vivendo richiedono una risposta efficace e tempestiva per venirne a capo.

Il Giappone ha già fatto sapere che amplierà l’utilizzo di centrali a carbone, considerando che molte delle 165 che sorgono nel Paese sono attualmente inattive, come evidenziato dal Japan Beyond Coal. La Corea del Sud ha alzato il livello di allerta in materia di approvvigionamento energetico e secondo fonti ufficiose pare che stia valutando un allentamento delle restrizioni sull’impiego del carbone per la produzione di elettricità.

Passando dall’Estremo Oriente alla penisola indiana, Nuova Delhi si sta muovendo nella stessa direzione. La centrale termoelettrica Tata Power Mundra Ultra Mega Power Plant è una  delle più grandi del Paese per la fornitura di elettricità ed è alimentata a carbone. Le autorità locali hanno deciso di posticipare dei lavori di manutenzione e di farla funzionare a pieno regime fino all’estate, periodo acuto dovuto alle forti piogge monsoniche che bagnano l’intera regione. La questione delle avversità meteorologiche in estate interessa anche il vicino Bangladesh, il quale ha già stanziato 2 miliardi di dollari per le importazioni di carbon fossile per far fronte alle difficoltà che gli si prospettano. 

Spostandosi là dove il sole cala, in Occidente le cose sono un po’ più complicate. Il Vecchio Continente è in gran parte privo di risorse naturali, motivo per cui è fortemente dipendente dalle importazioni dall’estero, comprese quelle di gas naturale dal Qatar e del petrolio dall’Iraq, dall’Arabia Saudita e dal Kuwait. Con lo stretto di Hormuz parzialmente bloccato Germania, Polonia, Paesi Bassi  e Repubblica Ceca sono pronte a riattivare le centrali a carbone se il caro energia dovesse mordere e fare male. L’Italia non si sottrae al pragmatismo che si sta facendo largo in tutte le classi dirigenti e ha deciso di posticipare l’abbandono definitivo del carbone entro il 2038 e non più il 31 dicembre 2025 come era stato previsto.

Il rimedio che neanche la finanza può ignorare

L’idea di tornare al carbone non è solo frutto delle decisioni dei Governi nazionali, ma è osservata molto da vicino anche negli ambienti finanziari. Samantha Dart, responsabile per la ricerca di materie prime in Goldman Sachs, ha dichiarato: “Stiamo assistendo a un secondo shock significativo nell’approvvigionamento energetico”. Secondo la ricercatrice, gli esecutivi dovranno mettere mano alla loro agenda energetica e cambiare approccio, facendo un maggiore ricorso al carbone per superare la crisi del momento. Faith Birol, direttore generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha specificato che non esclude che nei prossimi mesi si possa assistere a pressioni crescenti per l’impiego di carbone nel settore industriale

Il sospetto che alberga in molti analisti del settore energetico è che, a un certo punto, sarà inevitabile il cosiddetto fuel switching, ovvero la situazione secondo cui si registra un cambio della fonte energetica. Il nocciolo della questione è il seguente: quando i costi del gas diventeranno troppo elevati, a quel punto imprese e autorità preferiranno una sostituzione col carbone. Questa possibilità non nasce con l’inizio delle ostilità tra Usa, Israele e Iran ma si paventa dal 2021, anno dello scoppio del conflitto in Ucraina e in cui sono cominciati i primi grattacapi per le catene di fornitura energetica. Da allora la situazione si è fatta sempre più critica. 

Un  ritorno al carbone comporterebbe inevitabilmente un rallentamento delle politiche green, in quanto significherebbe avvalersi di energia prodotta con materiali più inquinanti. Allo stesso tempo, questa situazione potrebbe indurre i leader europei a ripensare un’idea di sviluppo del Vecchio Continente che abbia come cuore della strategia un approccio industriale basato sulla diversificazione delle fonti energetiche che lo possa mettere al riparo dalle turbolenze esterne. 

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