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La prospettiva di un ritorno della nazione con le maggiori riserve petrolifere al mondo nell’orbita americana non sconvolge i mercati internazionali del greggio. La prima seduta borsistica dopo la cattura di Nicolas Maduro a opera della Delta Force americana ha visto, infatti, il petrolio sia sul prezzario Brent che sul Wti oscillare sui valori di chiusura della settimana precedente, a poco più di 60 e 57 dollari al barile rispettivamente, i valori più bassi del post-Covid.

La crisi di Caracas e il mercato del petrolio

Il motivo di questo sostanziale processo di stagnazione è triplice. In primo luogo, il mercato del petrolio globale vive una fase di eccesso di offerta. Dopo che l’Opec+ ha riaperto i rubinetti del greggio, a novembre l’Agenzia Internazionale dell’Energia stimava in oltre 4 milioni di barili di petrolio al giorno l’eccesso di offerta che si potrebbe verificare nel 2026. “La maggior parte degli analisti prevede che i prezzi del petrolio continueranno a scendere all’inizio di quest’anno, dopo un calo del 20% nel 2025”, nota il Financial Times.

In secondo luogo, il peso della produzione venezuelana è stata sempre più ridimensionata in questi ultimi anni e ormai equivale a circa l’1% dell’offerta globale. Sul breve periodo, insomma, anche un’interruzione totale del flusso di petrolio dai giacimenti sull’Orinoco priverebbe il mercato mondiale di circa un milione di barili, un quarto del surplus totale. Il dissesto del Paese latinoamericano, travolto da sanzioni e crisi interna, è stato tale da rendere si significativa politicamente la presenza di accordi di fornitura con Paesi come la Cina ma al contempo sostanzialmente ridotta la possibilità di una disruption delle forniture dal Mar dei Caraibi.

Investimenti e dubbi sul greggio di Caracas

Infine, va sottolineato che ogni prospettiva di rilancio della produzione venezuelana appare subordinata a variabili talmente mutevoli da suggerire agli investitori una grande cautela. Con entusiasmo, Trump ha rivendicato la volontà di “prendere il controllo” degli asset energetici venezuelani e al contempo anche grandi executive del petrolio si sono mossi: Ali Moshiri, già a capo delle operazioni latinoamericane di Chevron (ultimo gruppo a operare in Venezuela) ha individuato possibilità di investimento per progetti dal valore di 2 miliardi di dollari, comunicando al Ft che il suo fondo Amos Global Energy Management sta già sondando le possibilità di spesa nel Paese.

Ciononostante, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare (dei Caraibi) e, soprattutto, l’incertezza su come si muoverà il nuovo regime guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodriguez che, Marco Rubio dixit, gli Usa valuteranno “dai fatti”.

Il dubbio sul futuro del petrolio venezuelano

Il Venezuela custodisce almeno 303 miliardi di barili di petrolio nelle sue riserve provate, il primo capitale di oro nero al mondo e il 17% del totale mondiale, ma il suo sfruttamento non sarà facile in prospettiva. Anni di mala gestione hanno devastato la capacità produttiva e di raffinazione del Paese; gli investimenti miliardari necessari per ampliare l’accesso al petrolio dovranno fare i conti con un mercato sempre più incerto anche per le ripercussioni che un Venezuela guidato dagli Usa causerebbe, rientrando nel mercato del greggio, sugli alleati mediorientali degli Usa.

Inoltre, andrebbe capito dove potrebbe essere venduto un petrolio che necessita di pesanti operazioni di raffinazione rispetto ai più “leggeri” greggi del Golfo e soprattutto a scapito di chi emergerebbe il nuovo output di Caracas. E qui giocoforza chi rischia di più sono proprio gli Usa, che hanno costruito la loro posizione di primi produttori al mondo del settore sullo shale oil, che necessita di costosi processi di fratturazione idraulica della roccia tale da portare il livello di convenienza degli investimenti a 90 dollari al barile. Ben di più del valore attuale. E ancor più alto del prezzo che un’inondazione di greggio venezuelano contribuirebbe a determinare. Questo aiuta a analizzare con cautela la dichiarazione secondo cui sarebbe il petrolio il primo movente di una mira americana sul Venezuela che è in realtà ben più articolata.

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