I banditi del petrolio: furti miliardari nel cuore energetico degli Stati Uniti

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Se i venti di guerra in Medio Oriente non erano abbastanza a mettere in ginocchio il comparto energetico, negli Stati Uniti  si stanno verificando fatti che potrebbero complicare molto di più il quadro. Tra il Texas e il Nuovo Messico c’è una vasta area di produzione e lavorazione di risorse naturali – gas e petrolio – chiamata Bacino Permiano, la quale contribuisce al soddisfacimento del 15% del fabbisogno energetico globale, dove da qualche tempo si verificano degli episodi di furto di attrezzature e di barili di oro nero. In alcune contee comprese nell’area del sito produttivo, ogni settimana si registrano centinaia di questi casi che, se non dovessero essere fermati, potrebbero costare tra 1 e 2 miliardi di dollari l’anno.

Ciò che inizialmente sembrava un fenomeno di microcriminalità diffuso, sembra ora assumere le dimensioni di un piano criminoso ben organizzato e molto insidioso, tanto da mettere in allarme i legislatori locali per trovare una soluzione prima che i danni siano troppo ingenti per poter porre un rimedio.     

Cosa e come si sta rubando

Il Bacino Permiano è uno dei pilastri portanti dell’infrastruttura energetica in Occidente. Con migliaia di pozzi, oleodotti lunghi chilometri e grandi impianti di stoccaggio, è una delle aree più vaste al mondo per l’estrazione e la lavorazione delle ricchezze nascoste nel sottosuolo. Il bacino si estende per centinaia di chilometri nel bel mezzo delle dune desertiche e molti siti sono a miglia di distanza l’uno dall’altro, rendendo di fatto difficile una loro protezione efficace contro le incursioni dei malviventi

Stando ai primi elementi emersi, i furti non avverrebbero ad opera di lupi solitari ma di vere e proprie reti criminali che agiscono secondo un modus operandi piuttosto preciso: studio dei cicli produttivi, individuazione dei serbatoi di petrolio, capacità di intervento durante i momenti di minor affollamento dei siti, come nel caso delle attività manutentive. Pare, inoltre, che i ladri utilizzino diversivi sofisticati come il cambio delle targhe dei veicoli, l’uso di comunicazioni criptate e una schiera di complici in grado di farsi passare per semplici addetti ai siti senza destare sospetti. 

Se poi si guarda alla refurtiva, il dubbio che si tratti di professionisti del crimine è più che fondato. Il bottino che fa più gola rimane il petrolio, ma anche le attrezzature impiegate nell’area industriale non sono risparmiate. Pompe, valvole, cavi in rame e tubi metallici stanno sempre di più sparendo dalle strutture del bacino e si teme che vengano rivenduti nei circuiti illegali, specie al confine con il Messico dove le attività di contrabbando non mancano. Il furto di greggio, invece, avviene tramite tecniche molto raffinate, quali la perforazione degli oleodotti e l’impiego di autocisterne dotate di sistemi di aspirazione all’avanguardia, in grado di assorbire grandi quantità in poco tempo. A seguire, il petrolio rubato è spesso mescolato con quello immesso legalmente in commercio, in modo da rendere impossibile l’identificazione dell’origine illecita.      

Le conseguenze e le soluzioni da applicare

Quanto sta accadendo nel Bacino Permiano ha ripercussioni a più livelli. Le aziende che operano nella zona rischiano di vedere una graduale contrazione della produzione a causa del furto di attrezzature e dei danni riportati agli oleodotti, con annessi i rischi relativi alla sicurezza dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente a causa delle manomissioni. Inoltre, i danni da riparare e gli ordini di nuove attrezzature porteranno inevitabilmente a un incremento dei costi. Tutto rischia poi di riverberarsi sulle catene di approvvigionamento globali con distorsioni e ritardi nei canali distributivi, divenendo così un problema non limitato ai confini statunitensi ma esteso a tutto il mondo.

Un primo passo lo stanno compiendo i diretti interessati, ovvero le società energetiche della zona che si stanno già munendo di sensori da impiantare sui serbatoi, di droni di sorveglianza e di tracciatori GPS per le attrezzature in modo da efficientare l’intero apparato di sicurezza.

Parallelamente, le istituzioni locali e nazionali non se ne stanno con le mani in mano. Sono già allo studio diverse task force e delle formule di coordinamento tra agenzie statali e federali in modo da integrare capacità tecniche e investigative per l’elaborazione di una strategia comune.    

La sfida, dunque, è quella di lanciare una cooperazione tra pubblico e privato che possa garantire la sicurezza delle infrastrutture e delle fonti di approvvigionamento non solo per la sicurezza energetica americana, ma anche globale.

InsideOver è una testata libera e indipendente che vuole raccontare il mondo fuori dagli schemi convenzionali del mainstream.  Unisciti a noi, abbonati oggi!