Ci voleva l’intelligenza artificiale per riportarci dritti dritti agli anni Cinquanta. Non nelle minigonne o nel rock’n’roll, ma nell’idea che il progresso passi per forza dal nucleare. E così, mentre nei salotti liberal si discute di energie rinnovabili, fotovoltaico etico e idrogeno pulito, Google – il più sveglio del cortile digitale – ha deciso di affidarsi all’atomo. Non metaforico, ma radioattivo.
L’accordo è stato firmato con Elementl Power, una startup nucleare fondata nel 2022 che, ad oggi, non ha costruito neanche una centrale, ma promette di sfornarne tre in serie, ognuna da almeno 600 megawatt, per alimentare i data center dell’impero di Mountain View. Avete presente le enormi serre digitali dove si coltivano chatbot, motori di ricerca, pubblicità profilate e sogni transumanisti? Ecco, servono più energia di quanta ne consumino intere regioni.
Il colosso e la startup: il matrimonio del secolo (XX)
Google non ha rivelato i dettagli economici dell’intesa, ma ha messo i soldi – tanti – sul tavolo per “accelerare” l’iter autorizzativo. Tradotto: comprare tempo e permessi. Le località restano segrete, le tecnologie pure. Elementl è “agnostica”, dicono: sceglierà il tipo di reattore più avanzato quando sarà il momento. Tipo comprare una fabbrica e poi decidere se fare scarpe, armi o chewing gum. Innovazione liquida, capitale solido.
Nel frattempo, Google potrà vantarsi di contribuire alla stabilità energetica americana, come dichiara la sua responsabile globale Amanda Peterson Corio: “Vogliamo rafforzare le reti e lanciare l’AI a velocità supersonica”. Tradotto: l’algoritmo ha fame, e il fotovoltaico non basta.
Colbert, il veterano atomico
A guidare Elementl c’è Chris Colbert, ex dirigente di NuScale Power, azienda specializzata in reattori modulari. Uno che sa come vendere una centrale senza costruirla. Il piano è raccogliere altri capitali quando il progetto sarà “maturo”, magari dagli stessi fondi infrastrutturali che oggi finanziano autostrade e ospedali. Perché se il futuro è un grande cervellone artificiale, meglio assicurarsi che non gli manchi la corrente.
Secondo Jack Clark, co-fondatore di Anthropic, entro due anni l’AI avrà bisogno di 50 gigawatt. L’equivalente di 50 centrali nucleari nuove di zecca. Sappiamo tutti che non si costruiscono con lo stampino, e allora ecco la strategia: reattori modulari, gas naturale come soluzione ponte, una spruzzata di greenwashing e via. Tutto pur di alimentare l’ecosistema più energivoro della storia.
Tra libertà e radiazioni
In fondo, c’è una domanda che nessuno si pone: è normale che la corsa al pensiero artificiale ci stia riportando a fonti energetiche che pensavamo consegnate al passato? È normale che una multinazionale del digitale possa finanziare direttamente impianti nucleari, trattando l’energia come un’estensione della propria infrastruttura, al pari dei cavi in fibra? Forse lo è, nel mondo in cui la libertà di espressione crolla nelle università, la sorveglianza cresce nei server, e le decisioni strategiche passano dalle mani pubbliche a quelle di qualche CEO californiano.
E così, mentre sogniamo una Silicon Valley verde e democratica, ci svegliamo in una realtà dove l’intelligenza artificiale ha bisogno del nucleare, e il nucleare ha bisogno del consenso del capitale. Il resto – sicurezza, trasparenza, rischio – è solo rumore di fondo.
C’è stato un tempo in cui sognavamo l’energia pulita. Ora le rapidissime svolte tecnologiche puntano in tutt’altra direzione: tornare al nucleare per la fame di energia dei data center. Quali saranno gli sviluppi? È facile scoprirlo: segui InsideOver, Unisciti a noi, abbonati oggi!

