Il decennale progetto statunitense di sfruttamento delle risorse naturali dell’Alaska, momentaneamente accantonato durante gli anni di amministrazione Biden per ragioni ambientali e politiche, sta riacquistando concretezza con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump e, alla luce dell’ultimo bilaterale tenutosi a inizio febbraio a Washington fra il presidente Usa e il primo ministro giapponese Ishiba, le intenzioni statunitensi sembrano quelle di espandere le proprie esportazioni di GNL agli Stati alleati dell’Estremo Oriente, ponendo le basi per una nuova relazione di dipendenza energetica con questi paesi.
Il piano denominato “Alaska LNG” è in discussione negli Usa da diversi anni e si stima abbia un valore complessivo che si attesta attorno ai 44 miliardi di dollari. Per lungo tempo è stato però messo in secondo piano a causa degli enormi costi e delle difficoltà logistiche che per la finalizzazione del progetto richiederebbero con la costruzione di un oleodotto lungo 800 miglia dal North Slope dell’Alaska fino ad un terminale di esportazione sulla costa del Pacifico.
Aprire allo sfruttamento di queste risorse non comporterebbe solamente un vantaggio per l’economia degli Stati Uniti, che dal 2024 sono primi al mondo nell’esportazione di GNL anche grazie alle conseguenze politiche ed economiche della guerra russo-ucraina sul suolo europeo, ma ridurrebbe anche la dipendenza dei propri alleati del Pacifico dall’energia proveniente dal Medio Oriente e da potenze rivali come Russia e Cina, aumentando ulteriormente l’influenza statunitense in quell’area del mondo ed evitando altri punti di transito nevralgici più sensibili ed instabili come lo stretto di Hormuz e il Mar cinese meridionale.
La proposta, avanzata dal consigliere statunitense per l’energia Doug Burgum al primo ministro giapponese come parte di una strategia geopolitica fondamentale della nuova amministrazione, sembra aver accolto un primo parziale avallo da parte del governo di Tokyo che, tra l’altro, è il secondo acquirente di GNL al mondo e già oggi ne importa il 10% dagli Stati Uniti. Nel progetto rientrerebbero anche le economie di altri stati alleati di Washington come Corea del Sud, Taiwan e Filippine e fa parte di questa parentesi anche l’India di Modi, che si è impegnata ufficialmente ad aumentare le proprie quote di importazione energetica dagli Stati Uniti.
Nonostante le oggettive difficoltà logistiche, la strategia energetica di Trump per l’Asia potrebbe andare in porto anche grazie ad una collaborazione degli stessi Stati alleati, che temono di finire al centro della politica protezionistica di dazi commerciali voluta da Trump e, come nel caso del Giappone, sono stati invitati dal presidente Usa a fare uno sforzo per ridurre il deficit commerciale che riguarda il rapporto economico fra i due Paesi storicamente vicini.
Se quindi sul versante europeo, a discapito delle promesse di disimpegno militare e maggiore responsabilizzazione degli alleati, gli Usa intendono aumentare la propria interrelazione economica soprattutto nel comparto industriale della difesa, lo stesso si può dire per quanto riguarda la strategia di relazione energetica con l’Asia, cercata e coltivata da Trump in queste prime mosse di governo. Una dinamica che certifica la volontà statunitense di raggiungere con la propria forza economica ogni emisfero, indipendentemente dal livello di ostilità e fragilità della sicurezza regionale. Gli Usa intendono confermarsi quindi grande potenza globale sul piano militare, economico ed energetico e chiedendo il conto agli alleati che fino ad oggi hanno beneficiato del costoso ombrello statunitense.