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La guerra del gas tra Europa e Russia continua fino ad ora in un’alternanza di conflittualità a bassa intensità e fasi di maggiore dinamismo. Dopo il braccio di ferro di metà giugno, nei giorni scorsi la chiusura del gasdotto Nord Stream per manutenzione programmata, le pressioni della Germania sul Canada per ridare alla Russia la turbina necessaria a ripararla e l’enigmatico calo di un terzo delle forniture di Gazprom a Eni nella giornata del 10 luglio hanno acceso una spia d’allarme. Mettendo alla luce uno circolo vizioso che porta con sé elementi di schizofrenia.

Il circolo vizioso europeo

Andando con ordine: l’Europa sta mettendo in campo una serie di sanzioni sempre più forti verso la Russia che volutamente trascurano o depotenziano il contenuto principale che andrebbe colpito per dissuadere la macchina bellica di Vladimir Putinl’energia. Con gas e petrolio a farla da padrone, in tal senso.

Sostituibile il petrolio, resta il nodo gas, che è centrale nei 530 milioni di euro versati quotidianamente dalla Ue a Mosca per le forniture. E ormai a chiare lettere i governi europei stanno mandando messaggi di fumo alla Russia circa la vulnerabilità dei sistemi gasieri alle forniture di Mosca che gli Stati lottano per rendere meno decisive nei mix energetici continentali. Sottoponendo sé stessi, volutamente, al ricatto energetico di Mosca, che diventa opzione strategicamente razionale per il Cremlino. Il quale cattura i classici due piccioni con una fava: tira la corda sulla dipendenza energetica europea e alimenta il forziere dell’export che aiuta a controbilanciare i danni che sta subendo un’economia industriale e produttiva decisamente anemica.

Non a caso la bilancia commerciale russa nel secondo trimestre ha a tal proposito fatto segnare un surplus record dal 1994, pari a oltre 70 miliardi di dollari.

Siamo di fronte a un possibile testacoda politico e a una situazione problematica a cui l’Europa sta scegliendo di consegnarsi consapevolmente preparando una ricetta di scelte politiche che punta dritto verso il disastro: le sanzioni a metà e la dichiarata sconfitta nella guerra psicologica con la Russia portano il Vecchio Continente di fronte a una serie di scenari per l’autunno e l’inverno che destano notevole apprensione.

E dato che se da un lato ridurre la dipendenza da Mosca appare un obiettivo razionale e di buon senso, dall’altro ventilare la prospettiva di un distacco totale dal gas russo mentre in realtà si teme che ciò che avvenga alimenta la vulnerabilità dell’Europa.

La chiusura del gasdotto baltico Nord Stream, che porta 55 miliardi di metri cubi l’anno dalla Russia alla Germania, è secondo Gazprom dovuta a lavori e solo temporanea. Ma dalla sua effettiva riapertura, prevista tra il 21 e il 22 luglio, dipenderà molto del futuro degli equilibri e della crisi energetica che l’Europa sta vivendo e si lega a doppio filo alla guerra in Ucraina. Dalla cui evoluzione si potrà contribuire a capire molto della battaglia del gas. Ad oggi la guerra del gas presenta almeno tre possibili esiti, corrispondenti alle diverse intensità del confronto tra le controparti.

gasdotti europa

Il primo scenario: la bassa intensità

Lo scenario base vedrebbe, in quest’ottica, la Russia proseguire l’attuale tira e molla da cui, sostanzialmente, trae benefici per alleviare gli effetti di sanzioni che stanno, in forma diversa, danneggiando sia la sua economia che quella europea, preservando però il “Santo Graal” del sistema di Mosca, l’energia. Secondo i dati Entsog raccolti dal think tank europeo Bruegel, la Russia esporta attualmente in media 150 milioni di metri cubi di gas ogni giorno nell’Ue: una quota pari a un terzo di quanto era mediamente inviato negli anni precedenti. Si tratta di una quota che gli acquisti europei da Norvegia, Qatar, Azerbaijan, Algeria non hanno, fino ad ora, totalmente compensato. Più passa il tempo, più nettamente si farà sentire quella riduzione, creando uno stato di tensione in cui per la Russia la decrescita è compensata dagli aumenti di prezzo e dalla possibilità di inviare il gas in altri mercati per consolidare, anche sfruttando gli sconti di prezzo, relazioni politiche (Turchia, Cina, India sono esempi di una strategia già in atto).

In quest’ottica si ipotizza una strategia volta a governare un contesto fatto di una rottura politica conclamata tra Occidente e Russia, di una moderata avanzata russa in Ucraina e in una mancata escalation di tutta l’Europa su sanzioni e invii di armi. Un proseguio di quello che ormai è uno status quo in cui alla Russia il combinato disposto tra scelte arbitrarie sulle forniture, con interruzioni improvvise volte a aumentare i prezzi, e pressione psicologica basterebbe a mantenere il tesoretto europeo inviolato in un contesto in cui l’Ue non dovrebbe, però subire uno choc tale da portare la problematica energetica alla tempesta perfetta.

Lo scenario medio: l’aumento dei blocchi ai Paesi

Se invece la Russia dovesse scegliere di seguire un’altra delle politiche adottate sino ad ora, ovvero l’aumento del numero dei Paesi a cui le riduzioni di forniture si trasformano in blocchi totali, lo scenario si complicherebbe. La Commissione Europea ha calcolato che dodici Paesi hanno subito tagli temporanei o totali delle forniture da Mosca e che complessivamente sei Paesi non ricevono più l’oro blu russo. Mosca ha iniziato il 26 aprile scorso tagliando il gas a Polonia e Bulgaria che si erano rifiutate di pagare con i “conti K” denominati in rubli le forniture. Il 20 maggio, poi, è stata la volta della Finlandia, “punita” per aver accelerato l’avvicinamento alla Nato. Inoltre, anche Estonia, Lettonia e Lituania non ricevono più gas. E le forniture a Olanda e Danimarca sono vicine all’azzeramento.

Se questa strategia si sommasse alla prima, per l’Europa comincerebbero a essere dolori. La Russia avrebbe gioco facile a dividere il fronte europeo tra Stati che hanno ricevuto forniture regolari e governi colpiti dai tagli. Nella consapevolezza che un proxy filo-russo esiste, sull’energia, in Europa ed è l’Ungheria, acquirente privilegiata delle risorse russe non toccata da interruzioni di forniture e possibile “censore” di qualsiasi tentativo di ribaltare le mosse contro la Russia. Qualora questa mossa si estendesse a Stati vulnerabili come Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania, se proseguiranno con l’ostinato atlantismo e il sostegno all’Ucraina, sarebbero dolori per tutti e l’Europa dovrebbe riattivare la direttiva Secure Gas Supplies che impone la solidarietà intereuropea sulle forniture energetiche di fronte a allarmi prolungati.

nord stream germania russia

Rottura totale: lo scenario dello tsunami energetico

Il caso limite è quello della rottura totale delle forniture che anche Bruno Le Maire, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo francese, ritiene probabile per il prossimo futuro. Uno choc nelle consegne gasiere russe all’Europa (tecnicamente chiamato disruption) farebbe calare una scure sull’economia europea ancora intenta a stabilizzare le forniture alternative (phase-out del gas russo) e metterebbe il Vecchio Continente nella bufera.

Tale choc potrebbe partire proprio da Nord Stream, ribaltando la politica energetica europea. Fino a pochi mesi fa guidata dalla Germania di Angela Merkel desiderosa di plasmare l’asse energetico con Mosca in nome dell’alleanza sul gas, oggi simboleggiata dai tentativi di Berlino e del governo di Olaf Scholz di sopravvivere a un possibile inverno senza gas russo.

Strategicamente, la Russia avrebbe maggiore convenizenza a far partire l’embargo in estate, piuttosto che in inverno, per fermare la sfida europea del riempimento degli stoccaggi. Oggi superiori al 60% sia in Italia che in Germania, Paesi più vulnerabili, e che l’Ue chiede di portare tra l’80 e il 90% entro l’autunno. La domanda di gas è soggetta a una forte variazione interstagionale, con picchi di richiesta di climatizzazione estiva nell’Europa mediterranea e picchi di riscaldamento invernale nel resto del continente, principalmente a Nord e nei Paesi orientali. Escludendo i Paesi insulari (Irlanda, Malta, Cipro) dell’Ue e mettendo a parte la rete energetica di Spagna e Portogallo, meno legata al sistema di gasdotti che porta in Russia, i 22 Paesi rimanenti dell’Europa continentale hanno negli ultimi anni, secondo il Carnegie Endowment, avuto un consumo medio di “130 miliardi di metri cubi (bcm) da aprile a settembre e 270 bcm da ottobre a marzo” negli ultimi anni. Di conseguenza il sistema “è teoricamente più vulnerabile alla pressione della fornitura di gas in inverno, al picco della domanda, ma la resilienza può essere costruita in anticipo riempiendo gli impianti di stoccaggio del gas”. Vicerversa, in una situazione di criticità sugli stoccaggi già in estate questa prospettiva si trasforma in un rischio.

Il volume nominale della capacità di stoccaggio totale dell’UE è di circa 100 miliardi di metri cubi, ma non scende mai al di sotto dei 20 miliardi di metri cubi. L’ottanta per cento di tale capacità è concentrata in Germania, Francia, Paesi Bassi, Austria e Italia, dunque colpendo determinati Paesi, soprattutto a Est, Mosca metterebbe l’intera Ue sotto pressione.

Come reagire a questo rischio che può portare con sé un peggioramento dell’inflazione e della recessione in arrivo? Accelerando sulle politiche alternative, obiettivo più facile da esplicitare che da realizzare ma che ora più che mai può vedere diversi Stati, Italia in testa, giocare un ruolo fondamentale. Il piano RePower Eu vuole offrire una traccia per possibili alternative, in vista che gli accordi con Stati come Azerbaijan, Algeria e Israele si amplifichino: fondamentale negli obiettivi del piano è quello della diversificazione delle forniture di gas e la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili aumentando la quota di energia rinnovabile.

La Commissione, nota Energy Monitor, “prevede di affrancarsi dalla residua dipendenza russa poter sostituire 50 miliardi di metri cubi di gasdotto russo con Gas naturale liquefatto entro la fine dell’anno e altri 13,5 miliardi di metri cubi con importazioni via gasdotto di oro blu non russo e biometano. Secondo la Commissione, l’energia rinnovabile e il risparmio energetico potrebbero sostituire altri 38 miliardi di metri cubi di gas russo. Il nodo principale è sui costi di questo processo: l’austerity energetica rischia di essere fonte di recessione e disuguaglianze, indebolendo ulteriormente l’Europa; il costo del Gnl è sicuramente superiore; la rivalità tra i Paesi Ue per sostituire il gas russo può fare il resto. Se la Russia usasse l’opzione nucleare, l’Europa sarebbe virtualmente al tappeto economicamente e socialmente. L’Ue può e deve solo sperare sul fatto che Mosca ritenga troppo vantaggioso lo status quo commerciale attuale per compiere ulteriori azzardi. Un esito sconsolante per chi pensava di travolgere la Russia sul fronte economico.

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