La geopolitica della corsa allo spazio
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La “battaglia del gas” della Russia continua. Nella giornata odierna, a  fronte di una richiesta di forniture gasiere al mercato italiano rivolte da parte di Eni a Gazprom per 63 milioni di metri cubi, il colosso russo che fornirà solo il 50% di quanto richiesto, come sottolinea il Cane a sei zampe in un comunicato. Dopo aver tagliato unilateralmente le forniture del 15% nella giornata del 14 giugno Gazprom ieri aveva comunicato di accogliere solo il 65% della domanda di forniture di Eni, pari a circa 48,5 milioni di metri cubi. Oggi a fronte di una richiesta aumentata il livello di gas consegnato non sarà modificato e resterà pari a 31,5 milioni di metri cubi.

La mossa si inserisce in una guerra di nervi che, come raccontavamo su Inside Over, la Russia sta portando avanti parallelamente alla pragmatica constatazione che il suo controllo sulle forniture di gas all’Europa le permette di giocare al rialzo sulle forniture per alimentare tensioni sul prezzo.

Il giorno dopo il viaggio di Mario Draghi e Olaf Scholz a Kiev per incontrare, assieme a Emmanuel Macron, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky da Gazprom, “cassaforte” del Cremlino, arriva un nuovo schiaffo all’Italia mentre anche la Germania, Paese più dipendente assieme a Roma dall’oro blu russo, subisce la minaccia dell’interruzione alle forniture da Nord Stream 1. Eni nelle ore scorse ha chiesto a Gazprom di compensare il taglio del 15% delle forniture di gas del 14 giugno ma il colosso russo ha nicchiato, soddisfando prima i due terzi e poi solo la metà delle richieste del Cane a sei zampe.

La mossa ha promosso una dura risposta da parte della politica italiana. “Abbiamo tutte le contromisure pronte – ha dichiarato il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani -. Ma la prima cosa da capire è se questa diminuzione si stabilizza o se è solo un episodio. Vediamo cosa succede nei prossimi tre giorni, e poi la settimana prossima decideremo”. Mentre Mario Draghi da Kiev ha dichiarato che “c’è un uso politico del gas, così come del grano” da parte della Russia. I dati sui prezzi sembrano confermarlo: ieri il prezzo del gas era a 135,16 euro al MWh al terminal di Amsterdam, +10,7% in 24 ore di contrattazioni, un rally che nelle prime sedute odierne si è ridotto solo in termini minimali.

L’Eni viene colpita in quest’ottica non solo perché espressione di un Paese che sta giocando a tutto campo la partita del sostegno all’Ucraina ma anche perché, nonostante non abbia mai avuto un attegiamento pregiudiziale verso la Russia, da tempo è capofila della strategia di diversificazione dell’Italia e dell’Europa dal gas russo. In primo luogo giocando apertamente la partita della diversificazione, che sta accelerando rispetto alle aspettative: nella giornata di ieri l’Enea ha comunicato che tra gennaio e maggio Roma ha importato da Mosca solo il 24% delle sue forniture gasiere, contro il 40% dell’anno scorso. Eni, in quest’ottica, si sta muovendo da punta di lancia del mercato italiano tra AlgeriaPaesi dell’Africa Subsahariana, Azerbaijan, Turkmenistan e addirittura Venezuela per diversificare le forniture di gas (e petrolio) rispetto alle dichiarazioni di Mosca. In secondo luogo, il gruppo guidato da Claudio Descalzi lavora per un tetto europeo al gas che rappresenterebbe un duro colpo alle prospettive di finanziamento da parte dell’Europa della Russia e della sua macchina da guerra in Ucraina.

La Russia agisce ora perché vuole rendere più costosa la corsa dell’Italia, via Eni, per arrivare alla quota-cardine di 10 miliardi di metri cubi di gas stoccati ritenuti il massimo della capacità nazionale. Cingolani ha comunicato che l’obiettivo è arrivare al 90% entro fine anno per passare un inverno sereno e lontano dalla volatilità dei prezzi, e che oggi Roma è al 52%, con Snam che sostiene le iniziative di Eni con mosse sui gasdotti e i rigassificatori galleggianti. Fumo negli occhi per Mosca che, conscia del fatto che un embargo ad oggi è ancora impossibile, compie azioni di disturbo. Falli di reazione che dimostrano, al tempo stesso, nervosismo politico per il timore di perdere le fonti di finanziamento proprio dai Paesi ritenuti maggiormente affidabili come partner energetici.

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