Gli stoccaggi di gas dell’Unione europea sono ai livelli più bassi degli ultimi tre anni. Ora inizia la stagione del riempimento per il prossimo inverno, una fase particolarmente delicata visto l’azzeramento dei flussi dalla Russia e la concorrenza asiatica sul LNG degli Stati Uniti. Dopo il picco di febbraio il prezzo del gas sembra rientrare, ma le incognite restano. Una su tutte? L’esito delle trattative tra USA e Russia sull’Ucraina.
Andiamo con ordine. Alle Idi di Marzo l’Unione europea si ritrovava con il 35% di capacità residua degli stoccaggi. Per la precisione, restano nelle scorte poco meno di 400 Terawattora di gas naturale. Sono circa 282 TWh in meno rispetto allo stesso giorno del 2024 e 230 TWh sotto i livelli del 2023. Bisogna tornare all’inverno del 2022 per registrare valori inferiori: il 15 marzo di quell’anno restavano 289 TWh di gas naturale.
Dopo due inverni relativamente sereni, il continente torna improvvisamente in riserva. I fattori sono essenzialmente due. Da una parte l’Europa ha attinto maggiormente dalle scorte. Tra il 15 marzo 2025 e il 15 ottobre 2024 sono stati drenati 749,8 TWh di gas naturale, contro i 505,5 TWh dello stesso periodo dell’anno precedente. Un largo consumo che non è stato sostenuto dai flussi in ingresso: negli stoccaggi sono entrati 60,5 TWh contro gli 84,3 TWh dell’anno precedente. Due variazioni negative che accompagnano il continente alle porte della primavera con un livello sensibilmente inferiore degli stoccaggi. Un ammanco che necessariamente andrà colmato con ingenti acquisti nei prossimi mesi.
Non tutti i Paesi però sono allo stesso punto. A condizionare il dato comunitario sono infatti Francia e Germania con il loro 21,6% e 29,8% di capacità residua. Molto meglio l’Italia con quasi il 46% degli stoccaggi ancora disponibili.
La domanda asiatica ha spinto il prezzo
Il prezzo del future del TTF, riferimento per il gas naturale in Europa, è cresciuto dai 27 €/MWh di metà marzo 2024 a quasi 56 €/MWh all’inizio di febbraio, per poi ritracciare attorno a quota 40 €/MWh a metà marzo 2025. L’aumento del prezzo è stato graduale e costante nell’arco del 2024, per poi intensificarsi all’inizio del 2025. Analisti ed esperti hanno circoscritto due cause. La prima è esogena e si è palesata nella seconda metà del 2024: la concorrenza asiatica all’Europa nell’approvvigionamento di gas metano liquido. Tra aprile e novembre 2024 gli acquirenti di LNG sulla piazza asiatica erano disposti a spendere più degli omologhi europei per accaparrarsi l’arrivo di navi gasiere. Il gap a giugno, luglio e settembre ha raggiunto anche i 6 €/MWh in favore del JKM (Asia) rispetto al TTF (Europa), in una fase critica per il riempimento degli stoccaggi nel nostro continente. Quando ciò accade i prezzi del gas europeo – in un contesto di offerta rigida – vengono trascinati verso l’alto, nel tentativo di assicurarsi la fornitura di gas necessaria a superare l’inverno.
La situazione si è poi stabilizzata, invertendosi stavolta dalla parte degli europei: tra gennaio e febbraio 2025 il TTF ha registrato valori decisamente più elevati rispetto al JKM asiatico. A inizio anno sono infatti subentrati fattori endogeni: lo stop definitivo ai flussi dal gasdotto ucraino dal primo gennaio, la riduzione degli stoccaggi più incisiva rispetto alla media storica e maggiori consumi per il riscaldamento nel continente. Tutti elementi che hanno portato alla formazione di prezzi elevati sul mercato.
L’Europa vaso di coccio tra USA e Russia
Lecito ora chiedersi: cosa accadrà al prezzo del gas naturale in primavera? Da una parte bisogna mettere in conto i quasi 300 TWh aggiuntivi di acquisti che il continente dovrà sobbarcarsi per ripristinare gli stoccaggi. Molto dipenderà dalla strategia adottata. Se, come l’anno scorso, sarà un “Maledetti e subito”, ovvero acquisti a tappeto per assicurarsi le forniture, bisognerà mettere in conto il pagamento di un premio ai fornitori. Vi è però una grandissima incognita sul tavolo: le incombenti trattative tra Stati Uniti e Russia sul conflitto in Ucraina.
La partita sul gas sarà una delle questioni dirimenti. La prolungata guerra a Kiev ha allontanato Mosca dall’Europa e azzerato l’export di gas russo al Vecchio continente, aprendo le porte all’invasione del LNG statunitense in Europa. Tra luglio 2022 e dicembre 2024 l’export di gas liquefatto degli Stati Uniti è aumentato di oltre un terzo e l’Europa nel 2024 ha rappresentato quasi il 40% del suo mercato. Trump sarà disposto a rinunciare a questa fetta di mercato ripristinando l’equilibrio pre-2022? Nella rispostasi cela il vero elemento in grado di rivoluzionare il quadro delle forniture europee.
L’Italia si affida a Nord Africa, TAP e rigassificatori
Ma l’Italia da dove prende il suo gas? Possiamo affidarci ai dati Snam sui flussi in ingresso. Nel mese di febbraio il 37,5% del gas è transitato a Mazara del Vallo (ergo, dal Nord Africa). Importanti anche i flussi di Melendugno (ovvero il TAP) con il 15,0% del totale e il rigassificatore di Caverzere (15,7%), Piombino (7,3%) e Livorno (8,2%). Il 12,2% passa invece da Passo Gries. E il gas russo? La sentinella è l’entrata di Tarvisio, dalla quale è transitato il 2,7% del gas. Livelli prossimi allo zero e ormai marginali, per quella che fino a pochi anni fa era la fonte determinante del gas naturale italiano. La diversificazione ricercata dai Governi che si sono succeduti negli ultimi anni sembra così concretizzarsi, anche se a fronte di un costo medio all’importazione più alto della media storica (anche a causa del mercato).

