La geopolitica della corsa allo spazio
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La Finlandia è la sesta nazione dell’Unione Europea e, in prospettiva, della Nato, a vedere interrotte le forniture di gas dalla Russia. Tre hanno scelto di loro iniziativa il disaccoppiamento (Estonia, Lettonia e Lituania), altre tre, Polonia, Bulgaria e appunto Finlandia hanno subito le mosse di Gazprom. Le prime due per il rifiuto di pagare in rubli le forniture e adeguarsi al sistema dei Conti K di Gazprombank, Helsinki per il combinato disposto tra questa scelta e la spinta del premier Sanna Marin per l’adesione alla Nato.

Ebbene, la mossa di Vladimir Putin contro Helsinki rischia di tramutarsi in un autogol politico senza reali impatti sul Paese. Il clamore mediatico suscitato dal “taglio” del gas russo alla Finlandia è dovuto più alla scelta stessa dell’atto ritorsivo contro la domanda di adesione alla Nato che agli impatti concreti: sottolineare che la Finlandia è pressoché totalmente dipendente dalle importazioni di gas russo, come si legge in questi giorni, è fuorviante se si omette che Helsinki genera col gas naturale solo l’1% della sua energia. In Finlandia, come in Svezia, complice la rigidità degli inverni e la necessità di diversificazione le famiglie fanno affidamento su una combinazione di teleriscaldamento – caldaie su scala industriale che distribuiscono il calore alle abitazioni – riscaldamento elettrico e stufe a legna. Per fare un paragone, la media europea è del 39%.

Non si capisce in tal senso l’accelerazione su una mossa che ha tanto clamore politico quanti pochi effetti pratici. E che archivia definitivamente, per scelta russa, la prospettiva di una pronta ricucitura degli affari bilaterali dopo la scelta di Helsinki di aderire alla Nato. Tanto che il gruppo dei Paesi a cui è bloccata la fornitura di gas sembra piuttosto apparire come una lista speciale all’interno dell’elenco dei 48 Paesi ostili indicati dalla Federazione Russa come tali. Una lista nera nella lista nera per sottolineare chi nel blocco euroatlantico mira maggiormente a depotenziare la Russia. E in cui Mosca inserisce la storica, fidata vicina. Dalla prospettiva di una “finlandizzazione” dell’Europa si passa a quella della definitiva europeizzazione e adesione al blocco occidentale della Finlandia. E verrebbe da chiedersi perché Putin tenti una mossa del genere.

La prima idea è che la Russia voglia giocarsi la carta degli embarghi energetici selettivi in un gioco delle parti con i big europei capace di evitare la totale escalation con l’Ue, prima acquirente del gas russo. Bruxelles esclude l’embargo di fatto, non ha mosso un dito per implementare misure di rottura definitiva e Mosca può dunque rivendicare di aver fatto la voce grossa senza cagionare conseguenze concrete sull’export energetico.

La seconda idea è quella dell’inizio di una serie di misure di distacco tra Mosca e Helsinki miranti a colpire esplicitamente il Paese di Sanna Marin in una fase in cui si trova tra l’incudine e il martello per il perdurante veto turco sull’ingresso nella Nato. La mossa sul gas è la seconda, e più eclatante, delle manovra anti-finniche. La prima, passata più in sordina, risale a una settimana fa: il taglio delle forniture elettriche dirette a Helsinki. A fine aprile l’elettricità proveniente dalla Russia costituiva circa il 10 per cento dei consumi nel Paese e dunque la manovra è destinata a creare maggiori impatti in futuro.

La terza idea è quella di un’escalation volutamente controllata per evitare di far correre la tensione alle estreme conseguenze su altri fattori, da quello militare a quello dei legami commerciali e sociali tra Paesi che condividono 1.340 km di confine. In quest’ottica, il Cremlino si mostrerebbe “falco” agli occhi degli oltranzisti senza far precipitare la situazione.

Quel che accomuna queste tesi è il fatto che Putin e il suo governo hanno reagito con fastidio e con una serie di falli di reazione alla mossa finlandese. E sul fronte politico-mediatico l’embargo si traduce in un nuovo, profondo solco segnato tra Mosca e il più occidentale dei Paesi con essa confinanti. Un solco che Putin non aveva altra scelta se non tracciare, nel contesto di un braccio di ferro spintosi comunque troppo avanti. E nel cui sviluppo l’obiettivo diventa ora il governo delle conseguenze a lungo termine. Per evitare che il confine russo-finlandese diventi una trincea della nuova “Cortina di Ferro” d’Europa.

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