Preparatevi, l’inverno sta arrivando. Non siamo ne “Il Trono di Spade” ma nell’Europa che attende la terza stagione fredda dopo la rottura con la Russia seguita all’invasione dell’Ucraina. E in cui l’attenzione di cittadinI, operatori economici e governi ruoterà, una volta di più, attorno al gas naturale.
Il 2024 è trascorso per ora tra buone notizie e prospettive critiche per i mercati europei dell’oro blu. Secondo Gas Infrastructure Europe, i Paesi del Vecchio Continente hanno immagazzinato entro l’1 novembre 100 miliardi di metri cubi di gas naturale, un terzo del consumo annuale del blocco, portando al 95%, contro un target ideale del 90%, il riempimento.
L’Energy Information Administration statunitense, interessata allo sviluppo del mercato gasiero europeo cui Washington destina le sue esportazioni, ha ricordato che questo è dovuto soprattutto al ridotto consumo nella prima parte dell’anno, grazie a un finale d’inverno mite e alle politiche di risparmio attuate nell’ultimo biennio. “Nel 2023, il consumo di gas naturale nei 27 paesi membri dell’Unione Europea è diminuito del 18% rispetto alla media dei cinque anni precedenti (2017-21) secondo i dati Eurostat”, ricorda l’Eia, aggiungendo che “durante i primi cinque mesi del 2024 (gennaio-maggio), il consumo è rimasto del 19% al di sotto della media 2017-21 per gli stessi mesi”.
Buone notizie, dunque. Ma bisogna contestualizzare il tutto nel quadro economico e geopolitico. Innanzitutto, è bene sottolineare che questa manovra va di pari passo con la volontà di fare definitivamente a meno del gas russo. Di cui, semplicemente, non si parla più. Certo, il gasdotto Nord Stream è un colosso di ferro inutile sul fondo del Mar Baltico, i contratti con Gazprom sono stati stracciati e il gas di Norvegia, Usa, Qatar, Algeria aumenta il suo peso nel mix energetico europeo. Ma Mosca pesa ancora per il 15% delle forniture, Paesi come Ungheria e Austria intrattengono floridi rapporti su questo fronte con la Russia, e l’oro blu del Paese euroasiatico giunge ancora in Ue grazie al sistema di mercato del gas naturale liquefatto, i cui carichi sono negoziati ogni giorno dagli operatori. Il 31 dicembre scadono, inoltre, gli accordi di transito via Ucraina del gas russo, e se per la guerra non saranno rinnovati l’Europa potrebbe vedersi decurtate del 5% le forniture.
Questo sistema di mercato contribuisce, tra le altre cose, a un fattore di decentralizzazione della domanda aggregata di gas che riduce la capacità di pianificazione. Ne ha parlato anche il Financial Times, ricordando che in inverno le forniture di Gnl rischiano di diventare più complesse, più costose e più difficili da garantire per la competizione per gli acquisti in atto tra Europa e Asia: “Il Gnl è una commodity globale, spesso spedita ad acquirenti che pagano di più. L’offerta globale è limitata, il che significa che l’Europa deve competere con l’Asia quando la domanda è alta”, nota la testata della City di Londra. Ciò “richiede prezzi del gas più alti per incentivare i commercianti a inviare le navi specializzate sulle coste europee”.
Insomma, alla partenza della stagione fredda l’Europa resta solida sul gas ma vulnerabile a qualsiasi potenziale shock: un’impennata di prezzo per la competizione con l’Asia sugli acquisti o la chiusura della rotta ucraina, una crisi geopolitica che interdica mercati di provenienza (si guarda qui soprattutto al Golfo) o un guasto ai terminal di partenza del Gnl negli Usa orientali basterebbero a rendere molto più agitato l’inverno europeo e ad accelerare lo svuotamento degli stoccaggi, con conseguenze problematiche sulla futura tenuta del mercato energetico europeo. Sempre vincolato alla strutturale dipendenza da cui, difficilmente, saprà liberarsi nei prossimi anni a causa dell’ancora lento incedere del processo di transizione energetica.