Il Sahara come cassaforte della potenza francese. Se c’era un fronte sul quale Enrico Mattei poteva diventare insopportabile, non era soltanto quello delle grandi compagnie angloamericane. Era, forse ancora di più, quello francese. Perché in Algeria non si giocava una normale partita commerciale, ma la sopravvivenza di un sistema di potere costruito attorno al petrolio, al gas, alla moneta, alla guerra coloniale e alla proiezione internazionale della Francia.
Nel Sahara algerino operavano quattro società decisive: la Compagnia francese dei petroli, strumento centrale della politica energetica di Parigi; la Società nazionale di ricerca e sfruttamento del petrolio in Algeria; la Compagnia dei petroli d’Algeria; e la Compagnia di ricerca e sfruttamento del petrolio nel Sahara. Dietro queste sigle non c’erano soltanto tecnici, geologi, trivelle e concessioni. C’era lo Stato francese, c’era l’idea che il Sahara dovesse restare una riserva strategica di Parigi anche dopo l’indipendenza algerina.
La posta era enorme. La Compagnia francese dei petroli e la società nazionale algerina di ricerca avevano ottenuto permessi di ricerca su un’area immensa, 265 mila chilometri quadrati nel Nord del Sahara, divisi in dodici concessioni. La Compagnia dei petroli d’Algeria e la società di ricerca nel Sahara controllavano altre superfici gigantesche nel Sud: 110 mila chilometri quadrati la prima, 140 mila la seconda. Non era una presenza marginale. Era una vera occupazione economica del sottosuolo.
Le scoperte che cambiarono tutto
All’inizio molti osservatori sottovalutarono il Sahara. Alcuni tecnici americani conclusero che non vi fosse petrolio in quantità rilevanti. Fu un errore clamoroso. Le società francesi insistettero e nel 1956 arrivarono tre scoperte decisive. A gennaio venne individuato il giacimento di Edjeleh, vicino al confine libico. A giugno emerse Hassi Messaoud, uno dei più grandi campi petroliferi dell’area, destinato a diventare un pilastro dell’industria energetica algerina. A novembre fu scoperto Hassi R’Mel, immenso giacimento di gas naturale, tra i maggiori del mondo, che anni dopo avrebbe alimentato anche il flusso di metano verso l’Italia attraverso la condotta sottomarina Transmed.
Da quel momento l’Algeria non fu più soltanto una colonia in fiamme, ma una cassaforte energetica. Il Sahara diventò il cuore materiale della potenza francese: petrolio pagato in franchi, non in dollari; forniture sicure; controllo politico; rendita industriale; autonomia strategica. Nel 1962, la Francia riceveva dall’Algeria più di un terzo delle sue importazioni di greggio e assorbiva oltre la metà della produzione algerina. Il petrolio di Hassi Messaoud costava molto da estrarre, ma lo Stato francese risolse il problema imponendo alle società presenti sul mercato nazionale di acquistare una quota della produzione algerina proporzionata alla loro presenza in Francia. In altre parole: il rischio industriale veniva socializzato, l’interesse strategico veniva protetto, la rendita coloniale veniva trasformata in politica energetica nazionale.
Perché Mattei diventava un pericolo
In questo quadro si capisce perché Mattei fosse visto come un intruso pericoloso. Il presidente dell’Eni non arrivava in Algeria solo per comprare petrolio. Arrivava con una formula politica: dare ai Paesi produttori una quota molto più alta dei profitti, rompendo l’equilibrio imposto dalle grandi compagnie internazionali. La sua proposta non era solo commerciale. Era una sfida all’ordine petrolifero esistente.
L’accordo che Mattei stava preparando con Ahmed Ben Bella avrebbe potuto colpire al cuore gli interessi francesi. Gli accordi di Evian, che avevano accompagnato l’indipendenza algerina, riconoscevano infatti alle società francesi i diritti acquisiti durante l’epoca coloniale e una posizione privilegiata nell’assegnazione di nuovi permessi minerari. Era il compromesso fondamentale: l’Algeria otteneva l’indipendenza politica, ma la Francia cercava di conservare il controllo economico del sottosuolo.
Mattei minacciava di rompere questo equilibrio. Se l’Eni fosse entrata con concessioni importanti e con condizioni più favorevoli per Algeri, l’intero edificio costruito da Parigi avrebbe cominciato a incrinarsi. Per le compagnie francesi non era soltanto la perdita di un contratto. Era il rischio di un precedente. Se l’Algeria poteva trattare con l’Italia fuori dal recinto francese, altri Paesi africani e arabi avrebbero potuto fare lo stesso.
La dimensione economica e geoeconomica
La questione era dunque geoeconomica prima ancora che diplomatica. La Francia voleva mantenere un asse energetico privilegiato con l’Algeria per ridurre la propria dipendenza dal petrolio pagato in dollari e dalle grandi compagnie angloamericane. L’Italia di Mattei, invece, cercava spazi autonomi nel Mediterraneo, parlando direttamente con i nuovi Stati indipendenti e offrendo condizioni più vantaggiose.
Era una collisione tra due modelli. Da una parte, la Francia postcoloniale, che accettava formalmente l’indipendenza algerina ma voleva conservarne le leve economiche fondamentali. Dall’altra, l’Italia di Mattei, potenza industriale priva di grandi risorse interne, che cercava nel Mediterraneo e nel mondo arabo una propria autonomia energetica.
Il petrolio, in questa vicenda, non era una merce. Era sovranità. Era bilancia dei pagamenti. Era industria. Era potere negoziale. Era capacità di stare nel mondo senza dipendere interamente dagli altri.
La valutazione strategico-militare
Anche sul piano militare il Sahara non era un deserto qualsiasi. Durante e dopo la guerra d’Algeria, rappresentava profondità strategica, controllo delle vie interne, protezione delle installazioni, presidio delle frontiere con Libia, Tunisia e Africa subsahariana. Le infrastrutture petrolifere non erano semplici impianti industriali: erano obiettivi strategici.
Chi controllava Hassi Messaoud e Hassi R’Mel controllava una parte essenziale della sicurezza energetica francese. Perdere quel controllo significava indebolire la capacità di Parigi di agire come potenza autonoma. In questo senso, l’eventuale ingresso di Mattei non avrebbe avuto soltanto un effetto economico, ma anche politico-militare: avrebbe ridotto lo spazio di manovra francese nel Mediterraneo e nel Nord Africa.
Il nodo politico
L’alta dirigenza petrolifera francese considerava il Sahara come un dominio proprio. Una parte dei dipendenti e dei dirigenti era legata all’idea dell’Algeria francese; molti vedevano l’indipendenza come una sconfitta da compensare almeno con la conservazione del controllo economico. In questo ambiente, Mattei appariva come un occupante abusivo: un italiano che entrava in una zona ritenuta riservata, offriva agli algerini condizioni migliori e minacciava di scardinare anni di accordi, pressioni e compromessi.
Per questo la sua presenza era intollerabile. Non perché Mattei vendesse petrolio o firmasse contratti, ma perché cambiava la grammatica del potere petrolifero. Diceva ai Paesi produttori che potevano pretendere di più. Diceva all’Italia che poteva muoversi senza chiedere permesso. Diceva alla Francia che l’indipendenza algerina poteva diventare reale anche nel sottosuolo.
E qui sta il punto più delicato: individuare un interesse non significa indicare automaticamente una responsabilità. Ma, nella storia politica, gli interessi contano. E in quella fase gli interessi francesi nel Sahara erano immensi, vulnerabili e direttamente minacciati dall’iniziativa di Mattei. Il presidente dell’Eni non disturbava soltanto le grandi compagnie internazionali. Disturbava un intero sistema di potere che, dietro il linguaggio della cooperazione, voleva conservare la sostanza del dominio.