Più si entra nelle pagine del fascicolo dedicato a Enrico Mattei, più diventa chiaro un punto: non siamo davanti a una semplice ricostruzione storica, ma a una vera operazione di riattualizzazione politica. Mattei viene presentato come l’uomo-chiave dell’Italia del dopoguerra, l’artefice della rinascita industriale e geopolitica del Paese, il dirigente che seppe unire efficienza, senso dello Stato, capacità di influenza e una visione internazionale diversa da quella delle potenze coloniali occidentali. Il dossier lo colloca esplicitamente dentro la crisi del presente, sostenendo che il caos mediorientale, la nuova instabilità energetica e la frattura aperta dall’attacco americano e israeliano contro l’Iran riportano Mattei al centro del gioco strategico europeo.
Il fascicolo parte da una domanda precisa: perché tradurre oggi in francese una biografia di Enrico Mattei e perché questa figura può entrare in risonanza con l’attualità internazionale? La risposta data da Gérard Boulanger, traduttore del libro, è molto netta. Non si tratta di archeologia politica, ma della necessità di capire una fase nuova in cui la sovranità energetica torna a essere il cuore della sovranità politica. Per Boulanger, non è affatto casuale che Giorgia Meloni abbia dato il nome di Mattei al suo piano per l’Africa e abbia rilanciato ad Addis Abeba il tema di una cooperazione “tra eguali” con il continente africano. L’idea del fascicolo è chiara: l’Italia di oggi tenta di recuperare una postura internazionale che Mattei aveva anticipato con decenni di anticipo.
Il libro di Filippo Burla e la lettura francese
Il libro al centro del dossier è Enrico Mattei. Architetto di una moderna sovranità energetica, scritto dall’autore italiano Filippo Burla. Il fascicolo insiste sul fatto che si tratta della prima biografia in francese dedicata a Mattei. Burla viene presentato non come un semplice biografo, ma come un autore inserito nel dibattito sulla potenza economica italiana.
La lettura francese del volume è affidata soprattutto a Gérard Boulanger, che non svolge il ruolo neutro del traduttore ma quello, molto più incisivo, dell’interprete politico. Accanto a lui compare Lionel Rondouin, autore della prefazione sul Piano Mattei di Giorgia Meloni come possibile modello per l’Europa. In questa triangolazione Burla ricostruisce, Boulanger politicizza, Rondouin proietta Mattei sul terreno europeo contemporaneo.
Le origini sociali e la formazione di Mattei
La scheda biografica finale del fascicolo è ricca di dettagli. Enrico Mattei nasce il 29 aprile 1906 ad Acqualagna, nelle Marche, secondo di cinque figli di un sottufficiale dei carabinieri. È un’origine importante, perché rimanda a un’Italia modesta, disciplinata, periferica. Mattei non nasce nei salotti del potere; si costruisce dentro il lavoro, l’impresa e poi la politica. Il fascicolo ricorda che fu prima assistente chimico, poi capo laboratorio in una conceria di 150 dipendenti, fino a diventarne direttore. La crisi del 1929 manda in rovina quell’esperienza e lo costringe a ripartire da Milano, dove diventa rappresentante di una società tedesca di prodotti chimici. Nel 1934 fonda una propria impresa di emulsionanti derivati dal petrolio, segno che il rapporto con l’energia e con la petrolchimica precede di molto l’Agip e l’ENI. Nel 1936 sposa a Vienna l’austriaca Greta Paulas.
Il fascicolo annota anche la sua adesione, nel 1931, al Partito nazionale fascista, ma precisa che si trattò soprattutto di una scelta opportunistica per accedere ai mercati pubblici. La vera cesura, per il dossier, è il 1943. Da quel momento entra nella Resistenza non comunista tramite la Democrazia cristiana clandestina.
La Resistenza come scuola del potere
Questo è uno dei punti più interessanti del fascicolo. Mattei non viene celebrato soltanto come imprenditore, ma come uomo formato nella lotta clandestina e nella gestione concreta del potere. Nel maggio 1943, a Milano, entra in contatto con Giuseppe Spataro e soprattutto con Alcide De Gasperi, che lo introducono negli ambienti antifascisti lombardi. Poco dopo si unisce a una formazione partigiana “mista”, non comunista, composta da democristiani e repubblicani clandestini, attiva nelle montagne della Brianza sopra il lago di Como. Il fascicolo insiste sul fatto che Mattei svolge funzioni logistiche e amministrative, e proprio lì mostra le sue qualità migliori: non il comandante romantico, ma l’organizzatore.
I dirigenti della Democrazia Cristiana, impressionati da queste capacità, lo promuovono alla guida delle loro forze armate, il Corpo dei volontari della libertà, nominandolo tesoriere. Il fascicolo sottolinea che questa carica gli consentì di venire a conoscenza di molti affari torbidi e di coloro che vi erano coinvolti. Da qui nasce il Mattei politico del dopoguerra: un uomo che conosce le leve ufficiali e quelle ufficiose del potere. Nell’ottobre 1944 viene catturato nel quartier generale della Democrazia cristiana e imprigionato, ma riesce a evadere. Torna poi a Milano e rappresenta la Democrazia cristiana nel Comando militare dell’Italia del Nord del Comitato di liberazione nazionale. La guerra finisce, ma il suo vero lavoro comincia allora.
L’Agip salvata contro l’ordine ricevuto
Dopo la guerra, il Comitato di liberazione nazionale gli affida la liquidazione dell’Agip. È qui che il fascicolo colloca uno dei suoi gesti decisivi. Invece di liquidare la società, Mattei apprende della presenza di petrolio e gas naturale nel Nord Italia, fa proseguire le ricerche e ottiene, grazie ai suoi appoggi, che l’Agip non venga sciolta. Nel 1946 viene scoperto il primo giacimento di gas naturale in Italia, nel 1949 quello di petrolio a Cortemaggiore, nel 1951 l’Agip annuncia oltre 1.500 chilometri di gasdotto già posati. Nel 1953 arriva la nascita dell’ENI, definita dal fascicolo il braccio armato della rinascita italiana e della sua indipendenza energetica.
Questo dettaglio merita di essere sottolineato: il fascicolo non vede nell’ENI una grande azienda pubblica qualsiasi, ma uno strumento di potenza nazionale. L’Italia, grazie all’ENI, avrebbe ottenuto indipendenza energetica e si sarebbe proiettata all’estero proprio nel momento in cui le risorse interne si rivelavano insufficienti. Da qui nasce il conflitto con le Sette Sorelle, cioè le sette grandi compagnie petrolifere angloamericane che, secondo la ricostruzione del fascicolo, imponevano ovunque la loro legge predatoria.
L’alternativa di Mattei al colonialismo petrolifero
Qui emerge il cuore della lettura del dossier. Mattei avrebbe opposto al vecchio rapporto coloniale una formula nuova, fondata su cooperazione, compartecipazione e riconoscimento del partner locale. Il fascicolo lo ripete più volte. I suoi avversari lo deridevano chiamandolo il “petrolifero senza petrolio”, ma proprio l’assenza di immense risorse interne lo spinse a inventare una politica estera economica nuova. Non potendo imporsi con la forza, l’Italia di Mattei doveva farsi accettare offrendo condizioni migliori.
È in questo contesto che il contributo di Lionel Rondouin insiste sulla relazione con l’Egitto di Nasser. Rondouin osserva che la scelta egiziana, apparentemente sorprendente vista la modestia relativa delle sue risorse petrolifere, era in realtà politicamente geniale. Nasser era il simbolo dei non allineati e il progetto della Repubblica araba unita ampliava l’orizzonte dei rapporti possibili per l’Italia di Mattei in Medio Oriente. Il fascicolo riporta in dettaglio la formula contrattuale proposta dall’ENI: l’azienda italiana si accollava costi e rischi dell’investimento; i costi sarebbero stati rimborsati solo al 50 per cento e solo in caso di successo delle ricerche; i profitti sarebbero stati divisi a metà; il paese produttore diventava un partner industriale; l’ENI, inoltre, si impegnava a pagare le tasse relative alla propria quota. Anche quando queste concessioni non erano ancora molto redditizie, permettevano all’ENI di mettere un piede in Medio Oriente senza adottare pratiche spoliatrici.
Un ministro dell’Energia e degli Esteri senza nomina
Il fascicolo usa una formula molto forte per descrivere il ruolo di Mattei negli anni Cinquanta: fu un ministro di fatto dell’Energia e un ministro di fatto degli Esteri per Africa e Medio Oriente. Questo è essenziale per capire il personaggio. Non era un tecnico. Non era un burocrate. Era un costruttore di politica estera parallela. Lo dimostra l’accordo firmato con l’Unione Sovietica, basato sullo scambio fra petrolio sovietico e materiali o manufatti italiani, nonostante l’Italia fosse membro della NATO. Lo dimostrano i contratti con Egitto e Iran nel 1957, con URSS e Marocco nel 1958. Lo dimostra la sua capacità di muoversi come un capo di Stato economico in un’Italia formalmente governata da altri.
Il fascicolo insiste anche sulla linea ideologica di Mattei. Gli attribuisce frasi brutalmente esplicite: contro la NATO, favorevole al non allineamento, antiamericano. Ma aggiunge un elemento fondamentale: non si limitava a parlare. Metteva in pratica le sue idee. La sua opposizione non era quella verbale dell’ideologo, ma quella operativa di chi costruisce un altro sistema di relazioni economiche e politiche.
L’Algeria e Suez
Uno dei capitoli più densi del fascicolo riguarda il Mediterraneo arabo. Mattei non si limitò a intessere rapporti con l’Egitto. Si avvicinò anche ai dirigenti del FLN algerino durante la guerra di liberazione, suscitando l’ostilità francese. Il dossier sostiene che contribuì nel 1962 alla redazione delle clausole degli accordi di Evian relative all’esplorazione e allo sfruttamento del petrolio sahariano. Non solo: avrebbe assicurato la formazione dei tecnici algerini destinati a sostituire i francesi. Questo mostra il passaggio dal rapporto economico alla costruzione di una vera autonomia del partner.
Allo stesso tempo il fascicolo sottolinea che i suoi attriti con Israele risalgono almeno alla crisi di Suez. In quella occasione i soldati israeliani nel Sinai si sarebbero appropriati di installazioni e attrezzature dell’ENI, dando luogo a lunghe trattative per gli indennizzi, concluse con un rimborso solo parziale. Viene anche riportata una lettera in cui Mattei assicurava all’ambasciatore della Repubblica araba unita che l’ENI non intratteneva rapporti con Israele e non intendeva averne in alcun campo. Il fascicolo lega inoltre le preoccupazioni israeliane al reticolo di relazioni arabe che Mattei stava costruendo dal Cairo attraverso il Nord Africa.
Il rapporto con i partiti e i dossier
Qui il ritratto diventa molto più ruvido. Boulanger insiste sul fatto che Mattei non dovette i suoi successi soltanto alle sue capacità imprenditoriali. Ebbe anche un formidabile credito e una fortissima capacità di manovra nei rapporti politici. Il fascicolo ricorda la frase celebre sui partiti paragonati ai taxi: si sale, si paga la corsa e si scende. Dietro questa battuta c’è un intero metodo. Mattei, indipendentemente dalla Democrazia cristiana di cui fu una specie di grande finanziatore occulto, disponeva rapidamente di enormi risorse non trasparenti. Secondo il fascicolo, poteva comprare il silenzio di alcuni politici o usare i dossier finanziari compromettenti accumulati durante la Resistenza. Si cita anche Petrolio di Pier Paolo Pasolini, dove sarebbe richiamato questo lato del personaggio, pur nel riconoscimento del carattere irreprensibile del suo impegno.
Questa parte mostra il Mattei reale, non idealizzato: un uomo che capiva che Stato, partiti ed economia non si governano con la purezza ma con i rapporti di forza.
La stampa
Il dossier aggiunge un altro dettaglio molto significativo: la stampa non amava Mattei. E lui non reagì tentando di comprarne la benevolenza sul terreno classico delle mance o dei favori. Preferì creare direttamente Il Giorno e due agenzie di stampa. È un passaggio decisivo, perché dimostra che Mattei aveva compreso una verità fondamentale: non esiste sovranità energetica senza controllo del terreno informativo.
Il fascicolo aggiunge che, consapevole di muoversi in un ambiente pericoloso, Mattei preferì affidare a lungo la propria sicurezza personale a ex partigiani invece che ai servizi ufficiali dello Stato italiano.
Il delitto Mattei e il nome di Cefis
La parte più cupa del fascicolo è quella sulla morte di Mattei. Il 27 ottobre 1962, nei pressi di Linate, il suo Morane-Saulnier MS 700 precipita al suolo. Insieme a lui muoiono il pilota Irnerio Bertuzzi, ex asso della Repubblica sociale italiana, e il giornalista americano William McHale. I primi testimoni, una coppia di contadini di Bascapè, raccontano di aver visto l’aereo già in fiamme prima dello schianto. Il fascicolo osserva che quella testimonianza non fu tenuta in conto e che i testimoni si ritrattarono il giorno dopo. La prima inchiesta parlò di errore umano o guasto tecnico. Solo molto più tardi riemerse la tesi dell’esplosione in volo, rafforzata da tracce di esplosivo trovate sull’anello di Mattei. Il fascicolo ricorda inoltre che nel 1986 Amintore Fanfani dichiarò chiaramente che l’aereo era stato abbattuto.
Burla, secondo il fascicolo, passa in rassegna diverse piste: le grandi compagnie petrolifere rivali, i servizi francesi, l’OAS, altre ipotesi più o meno plausibili. Ma apre anche una pista mediorientale: quella legata a Israele, ai contrasti aperti fin da Suez e al timore suscitato dal sistema di relazioni arabe che Mattei andava costruendo dal Cairo verso il Nord Africa. In questo quadro torna sempre il nome di Eugenio Cefis, già direttore generale dell’ENI, allontanato da Mattei pochi mesi prima dell’attentato e poi tornato dopo la sua morte come vicepresidente e presidente. Il fascicolo sostiene che Cefis avrebbe poi smontato l’agenda di Mattei, non finalizzando l’accordo con l’Algeria e confermando invece quello con Esso, riducendo l’ENI a semplice raffinatore per conto altrui.
Pasolini e la strategia della tensione
Riprendendo un articolo di Gérard Boulanger, il fascicolo stabilisce un parallelo tra il delitto Mattei e l’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Il punto di raccordo è Petrolio, il grande testo incompiuto pasoliniano. Secondo quanto riportato, Pasolini non si limitava a considerare terroristica la morte di Mattei, ma indicava anche il principale beneficiario e presunto mandante: ancora Eugenio Cefis. Il fascicolo aggiunge che Cefis, passato per la Resistenza, poi per l’ENI e infine per Montedison, sarebbe stato anche fondatore della loggia Propaganda Due, implicata nei grandi scandali politico-criminali del dopoguerra.
Compare poi la tesi del giornalista Giorgio Steinmetz, secondo cui sarebbero stati i servizi segreti britannici a organizzare l’operazione volta a sostituire Mattei con Cefis. Il fascicolo ricorda anche che nel manoscritto di Petrolio esisteva una nota intitolata “Eclairs sur l’ENI”, poi misteriosamente scomparsa. E richiama il caso di Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sui giorni siciliani di Mattei per conto di Francesco Rosi e scomparve senza lasciare tracce. Tutto viene collocato nel quadro della strategia della tensione, dove politica, mafia, logge deviate, servizi e apparati profondi si intrecciano.
Il punto finale
A voler tirare le somme, il fascicolo dice su Mattei molto di più di quanto sembri. Dice che fu il salvatore dell’Agip e il fondatore dell’ENI. Dice che fu un uomo uscito dalla Resistenza con una conoscenza eccezionale delle reti di potere. Dice che fu il vero costruttore della sovranità energetica italiana. Dice che sfidò le Sette Sorelle con una formula di cooperazione meno predatoria. Dice che trattò con Egitto, Iran, URSS, Marocco e Algeria, che entrò in collisione con Israele, che irritò la Francia in Algeria, che guardò al non allineamento e parlò contro la NATO. Dice che costruì non solo contratti ma anche strumenti di influenza e protezione. Dice infine che la sua morte appartiene a quella zona in cui il petrolio smette di essere economia e diventa lotta di potere.
Ed è proprio per questo che Enrico Mattei, nel racconto del fascicolo, non è un personaggio consegnato agli archivi. È una domanda aperta sull’Italia. Se un Paese medio vuole contare, deve limitarsi a obbedire agli equilibri fissati da altri oppure può ancora tentare una propria politica di potenza? Tutta la costruzione del fascicolo spinge in una direzione precisa: Mattei continua a disturbare perché continua a ricordare che la sovranità, quando è reale, passa sempre dall’energia, dall’industria, dalla diplomazia e dalla capacità di reggere il conflitto.
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