Al largo della baia di Liverpool, le infrastrutture dell’industria del gas si preparano a una nuova funzione: accogliere e trasferire l’anidride carbonica prodotta dagli impianti industriali. Per rendere possibile questo processo, Eni ha installato la piattaforma Douglas CCS, che fungerà da punto di collegamento offshore del progetto Liverpool Bay, attraverso cui la CO₂ catturata nel Nord-Ovest dell’Inghilterra e nel Nord del Galles sarà convogliata verso giacimenti di gas esauriti sotto il fondale. L’iniziativa rientra nel cluster industriale HyNet e punta a creare una rete condivisa per il trasporto e lo stoccaggio del carbonio, recuperando parte delle infrastrutture offshore esistenti. Nella prima fase, il sistema avrà una capacità prevista di 4,5 milioni di tonnellate all’anno, destinata potenzialmente a salire a 10 milioni dopo il 2030.
Douglas CCS, una piattaforma progettata per la CO₂
Eni CCUS Holding – società partecipata da Eni e Global Infrastructure Partners, parte di BlackRock – presenta Douglas CCS come la prima piattaforma offshore al mondo progettata appositamente per il trasporto e lo stoccaggio del carbonio a supporto della decarbonizzazione industriale. La struttura avrà il compito di ricevere la CO₂ e indirizzarla verso la rete sottomarina collegata ai siti di deposito. Non catturerà quindi direttamente le emissioni degli stabilimenti, ma farà da raccordo fra gli impianti a terra e i serbatoi geologici individuati al largo.
Le dimensioni dell’opera restituiscono la complessità dell’intervento. La sezione superiore – chiamata topside – pesa 1.885 tonnellate; la struttura di supporto – o jacket – ne pesa 1.755, mentre gli otto pali di fondazione raggiungono complessivamente le 730 tonnellate. L’installazione è stata realizzata in meno di 18 mesi dall’assegnazione del contratto, attraverso un programma accelerato che ha integrato progettazione, approvvigionamento e costruzione. La piattaforma si configura, dunque, come parte integrante di Liverpool Bay CCS, progetto che, secondo i dati comunicati dalla società, ha raggiunto circa il 50% di avanzamento.
Vecchie condotte e giacimenti esauriti al servizio dell’industria
Il programma si fonda sul recupero di una parte consistente delle infrastrutture realizzate per l’estrazione e la movimentazione degli idrocarburi: il piano prevede infatti di riutilizzare oltre 75 miglia di condotte offshore, tre strutture marine e un impianto di trattamento sulla terraferma. A questa dotazione si aggiungeranno circa 21 miglia di nuovi collegamenti industriali, necessari a convogliare le emissioni dagli stabilimenti alla rete principale.
Dopo la cattura negli impianti produttivi, la CO₂ sarà trasportata attraverso il sistema fino ai giacimenti di gas naturale esauriti nel sottosuolo marino, che la tratterranno in modo permanente. Questa riconversione permette di valorizzare infrastrutture e competenze maturate nell’industria offshore, ma richiede verifiche e adeguamenti: una condotta utilizzata in passato per il gas non può essere destinata automaticamente al trasporto di anidride carbonica, così come i siti geologici devono essere valutati per la loro capacità di contenerla.
Il ricorso a una rete comune determina una ricaduta diretta anche sull’organizzazione delle attività industriali, poiché le aziende potranno collegarsi a un sistema condiviso, senza dover predisporre autonomamente ogni passaggio della catena, dal trasferimento delle emissioni fino al deposito. Liverpool Bay CCS è concepito proprio per concentrare in un’unica infrastruttura una funzione che altrimenti richiederebbe soluzioni distinte per ciascun impianto.
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HyNet e la decarbonizzazione dei distretti industriali
Il sistema è rivolto in particolare ai comparti nei quali una parte delle emissioni risulta difficile da eliminare attraverso il solo miglioramento dell’efficienza energetica o la sostituzione dei combustibili; proprio per queste attività, il trasporto e lo stoccaggio della CO₂ possono rappresentare una soluzione complementare agli interventi sui processi produttivi.
Il progetto avrà ricadute anche sulla filiera britannica: circa il 60% del valore dell’investimento dovrebbe andare a fornitori del Regno Unito. Durante la costruzione sono previsti oltre 2.000 posti di lavoro, mentre l’attività a regime dovrebbe sostenerne tra 200 e 300 in modo stabile per più di 25 anni: si tratta di stime legate allo sviluppo dell’infrastruttura e alla sua futura operatività.
Ma la posta in gioco riguarda soprattutto la possibilità di offrire alle imprese del territorio un accesso condiviso allo stoccaggio geologico, sfruttando la vicinanza tra distretti produttivi, rete offshore e giacimenti esauriti. In questo modello, le infrastrutture nate per sostenere l’industria degli idrocarburi diventano parte della catena necessaria a gestire le emissioni di altri settori produttivi. Con Liverpool Bay CCS, Eni consolida la propria presenza nel mercato britannico della cattura e dello stoccaggio della CO₂, in una fase in cui il Regno Unito punta a dotarsi delle capacità necessarie per ridurre le emissioni dei comparti industriali più difficili da decarbonizzare. Il completamento della rete e il raggiungimento della capacità prevista saranno i prossimi passaggi decisivi per misurare la portata del progetto.
Fonti:
Ocean News & Technology, Liverpool Bay CCS installs world’s first offshore platform built for CO2 storage, 2026. Disponibile su: https://oceannews.com/news/energy/liverpool-bay-ccs-installs-worlds-first-offshore-platform-built-for-co2-storage/
Eni, Eni CCUS Holding: Liverpool Bay CCS completa l’installazione della prima piattaforma offshore al mondo dedicata al trasporto e stoccaggio della CO₂ per la decarbonizzazione del settore industriale, 2026. Disponibile su: https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2026/10/eni-ccus-holding-liverpool-bay-ccs.html
Offshore Energy, ‘World-first’ CCS platform for industrial decarbonization stands tall offshore UK, 2026. Disponibile su: https://www.offshore-energy.biz/2026/10/08/world-first-ccs-platform-for-industrial-decarbonization-stands-tall-offshore-uk