La geopolitica della corsa allo spazio
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Eni si cautela contro il rischio di una guerra totale sul fronte economico ed energetico tra Occidente e Russia e apre i conti presso Gazprombank in euro e rubli senza tuttavia accettare le modifiche unilaterali ai contratti di fornitura energetica. A rivelarlo è un comunicato stampa ufficiale del gruppo di San Donato Milanese: “Eni, in vista delle imminenti scadenze di pagamento previste per i prossimi giorni, ha avviato in via cautelativa le procedure relative all’apertura presso Gazprom Bank dei due conti correnti denominati K”, si legge nel comunicato. Il Cane a sei zampe aggiunge che “l’apertura dei conti avviene su base temporanea e senza pregiudizio alcuno dei diritti contrattuali della società, che prevedono il soddisfacimento dell’obbligo di pagare a fronte del versamento in euro. Tale espressa riserva accompagnerà anche l’esecuzione dei relativi pagamenti” per le prossime forniture.

Dopo la francese Engie e la tedesca Rwe, Eni segue dunque la linea guida dei Conti K che, formalmente, bypassano i vincoli delle sanzioni europee: Gazprombank non è stata esclusa dal sistema di pagamenti Swift per il suo ruolo nevralgico nell’interscambio energetico tra Russia e Unione Europea che molti referenti della politica energetica comunitaria, dal vicecancelliere tedesco Robert Habeck al ministro della Transizione Ecologica italiano Roberto Cingolani, hanno definito vitale far proseguire per evitare gravissime conseguenze economico-sociali.

Dopo lo stop alle forniture di gas a Bulgaria e Polonia a fine aprile Mosca ha indicato che avrebbe esteso l’embargo delle forniture di gas e petrolio a chi, tra i Paesi considerati “ostili” (48 in tutto) rifiuterà di saldare le prossime tranche dei contratti energetici utilizzando lo schema dei Conti K presso Gazprombank. Il procedimento dei Conti K è chiaro: l’azienda energetica acquirente è chiamata a aprire un duplice conto e a saldare in euro o dollari la sua posizione presso l’istituzione legata al colosso energetico russo Gazprom. Gazprombank, a sua volta, provvede alla conversione diretta del denaro in rubli, come prescritto dal governo di Vladimir Putin e soprattutto dalla governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina per difendere il cambio della divisa di Mosca.

Eni ha confermato questo nel suo comunicato stampa: il gruppo guidato da Claudio Descalzi scrive che “Gazprom Export e le autorità federali russe competenti hanno confermato che la fatturazione (effettivamente giunta ad Eni nei giorni scorsi nella valuta contrattualmente corretta) e il relativo versamento da parte di Eni continueranno a essere eseguiti in euro, così come contrattualmente previsto”. In seguito “le attività operative di conversione della valuta da euro a rubli saranno svolte da un apposito clearing agent operativo presso la Borsa di Mosca entro 48 ore dall’accredito e senza coinvolgimento della Banca Centrale Russa”, messa sotto sanzioni dall’Occidente.

La manovra potrebbe però finire sotto la lente di ingrandimento di Bruxelles. Se in un primo momento la Commissione Europea aveva fatto intendere che la pratica non avrebbe violato le sanzioni, nel pomeriggio c’è stata una parziale marcia indietro. Eric Mamer, portavoce della Commissione, ha spiegato che aprire un secondo conto in rubli “va al di là di quello che abbiamo detto che è permesso nel quadro degli orientamenti che abbiamo dato agli Stati membri. “Tutto ciò che va oltre gli orientamenti dati dalla Commissione europea agli Stati membri sarebbe contrario alle sanzioni. I nostri orientamenti non sono cambiati nelle ultime settimane”, ha continuato. “Noi indichiamo agli Stati membri quel che possono fare, cosa dovrebbero fare e cosa è compatibile con le sanzioni. Tutto ciò che va al di là non lo è”. La palla quindi passerebbe nelle mani dei singoli stati, dato che tocca a loro “far rispettare le sanzioni. E non lo fanno, si applica il quadro generale delle procedure di infrazione che può essere messo in opera dalla Commissione”.

Il passaggio resta comunque controverso perché il cambio in rubli, in quest’ottica del doppio conto, sarebbe una mossa finanziaria interna alla Federazione Russa da parte di attori ancora liberi di commerciare con l’Occidente, dunque non intaccabile dalla giurisdizione europea.

In sostanza, prosegue la strategia di ricerca del male minore nell’applicazione delle sanzioni europee. Eni non fa nulla di diverso da quanto compiuto dalle majors di altri Paesi: prosegue con i suoi affari e gestisce la sua politica energetica in forma cautelativa. Da un lato accelerando sulla diversificazione da Mosccon la ricerca di accordi in Africa e facendo sponda con le altre aziende energetiche a partecipazione pubblica, dall’altro preparando l’atterraggio morbido sul gas russo. Non va sottovalutato il fatto che Descalzi si è recato assieme a Mario Draghi oltre Atlantico nella seconda settimana di maggio e che proprio in sede del viaggio a Washington il premier aveva dichiarato di “non vedere alcun problema” in termini di interruzione delle forniture o di violazione del quadro sanzionatorio. Il ponte economico con Mosca non è stato, del resto, ancora abbattuto: e questo è sintomatico del fatto che l’Italia e gli altri Paesi europei non sono ancora pronti all’abbandono totale degli ormeggi che uniscono a Mosca. Specie sul gas, dove vince la strategia realista. Alla quale, ad oggi, non esistono alternative prive di costi sociali elevati per Paesi a rischio di una nuova crisi economica come l’Italia.

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