Il Medio Oriente va a fuoco, ma il resto del mondo non è al riparo dalla nube di fumo in arrivo. Le ostilità tra Stati Uniti, Israele e l’Iran hanno già dei riverberi sugli equilibri energetici globali, provocando oscillazioni nei prezzi di gas e petrolio. Attenzione, però, perché tra i due litiganti (se consideriamo Washington e Tel Aviv un blocco unico), il terzo gode: Mosca potrebbe tornare centrale nella rete di approvvigionamento energetico, soprattutto dopo la chiusura parziale di alcuni canali del traffico delle risorse come lo Stretto di Hormuz. Il Cremlino, dunque, guarda con grande interesse all’evolversi della situazione, pronto a rimettersi in gioco dopo l’isolamento impostogli a causa della guerra in Ucraina.
Perché la Russia potrebbe tornare in campo
Fino a poco tempo fa, dallo Stretto di Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, ovvero circa il 20% del totale del consumo di greggio mondiale. Dopo che le autorità di Teheran hanno vietato la navigazione nelle acque dello Stretto, il prezzo del petrolio ha raggiunto gli 80 dollari al barile mentre chi può ne approfitta per fare il pieno del serbatoio prima che la benzina raggiunga costi stellari.
Dopo lo shock provocato sui mercati alla notizia della chiusura di Hormuz, il 7 marzo l’Iran ha fatto marcio indietro riaprendo alla navigazione delle navi mercantili per non alienarsi i partner commerciali, non garantendone però la sicurezza in quanto le imbarcazioni statunitensi e israeliane saranno oggetto di attacchi. Ciononostante, gli spostamenti logistici non avverranno all’insegna dell’efficienza e della tempestività: sono centinaia le navi ormeggiate fuori da Hormuz ed è difficile credere che riprendano a navigare in un’area che è nell’occhio del ciclone.
Se lo stallo dovesse perdurare, Cina e India – tra i principali importatori di oro nero nel mondo – potrebbe pagare il conto più salato di questa crisi non solo geopolitica, ma anche energetica. Pechino e Nuova Delhi hanno economie fortemente dipendenti dal greggio estratto nel Golfo Persico – il Dragone importa quotidianamente 1,38 milioni di barili al giorno – e per mantenere i ritmi di approvvigionamento soliti, potrebbero rivolgersi a un’altra potenza: la Russia.
Il 93% del greggio russo viaggia in Asia e i principali acquirenti sono proprio Cina e India. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, le esportazioni russe di gas e petrolio non sono diminuite in termini di volumi grazie anche alle flotte di petroliere ombra – navi prive del sistema di segnalazione automatica per aggirare il sistema sanzionatorio – ma gli incassi sono stati magri a causa dell’applicazione di sconti significativi per via dell’esclusione di alcuni circuiti finanziari e commerciali.
La musica non cambia se si parla di gas. Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti sono i principali produttori di gas naturale liquefatto (GNL) nell’area del Golfo e al primo e al terzo posto tra gli acquirenti, ci sono sempre Pechino e Nuova Delhi, le quali sono approvvigionate attraverso le navi che solcano le acque di Hormuz. In un contesto in cui un’arteria fondamentale del commercio internazionale è paralizzata, la Russia potrebbe avere gioco facile a incrementare il proprio export sia che si tratti di oro nero o di oro blu.
Mosca lascia a bocca asciutta l’Europa
Se da una parte il Cremlino è disposto ad aprire una finestra con l’Oriente, dall’altra è desideroso di chiudere quella con l’Europa. Dagli anni Settanta, noi europei siamo stati un importante mercato di sbocco del gas russo – ai tempi era ancora in vita l’Unione Sovietica – ma entro il 2027 non lo saremo più per decisione della Commissione europea, come conseguenza del conflitto con Kiev. Dal 2022, l’afflusso di oro blu è diminuito fino a 38 miliardi di metri cubi, mentre nel 2021 ammontava a 150 miliardi di metri cubi.
La determinazione dell’Unione europea a interrompere i rapporti commerciali con Mosca avrebbe indotto Vladimir Putin a tagliare le forniture di gas prima del 2027, come confermato alla stampa: “Potrebbe essere più redditizio per noi interrompere subito le forniture al mercato europeo. Entrare in quei mercati che si stanno aprendo e stabilirvi una posizione”. Al momento, però, si tratterebbe di una congettura anche se il presidente russo avrebbe già dato mandato alle compagnie energetiche di vagliare le opzioni in campo.
Nel frattempo, in quel di Bruxelles si sta studiando la riorganizzazione delle fonti di approvvigionamento energetico. Nel corso del 2025, le importazioni di GNL dagli Usa coprivano circa il 58% delle importazioni in Ue e nel frattempo si procede per ampliare e potenziare i rigassificatori sulle coste del Vecchio Continente. Tuttavia, l’Europa rimane un grande mercato energivoro e una brusca interruzione delle forniture da Mosca potrebbe essere una bella gatta da pelare.
Tutto ciò tratteggia un quadro energetico ancora ben lontano dall’essere realizzato, ma gli attori geopolitici fanno a gara per accaparrarsi le tinte e i pennelli in modo da dipingere un futuro che possa garantirgli un’ottimale gestione delle risorse.
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