Energia e molto altro: dopo la guerra Usa all’Iran, l’asse Cina-Golfo è più forte che mai

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L’escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha probabilmente già ridisegnato in parte la mappa delle alleanze in Medio Oriente. Molti osservatori, in particolare, hanno più volte previsto che un quadro geopolitico così incendiario avrebbe spinto gli attori esterni, a partire dalla Cina, a una strategia di prudente attesa o di parziale disimpegno per evitare di rimanere schiacciati dalle crescenti pressioni di Washington. La realtà sul campo sta però smentendo questa lettura, mostrando come Pechino considera i propri legami con le monarchie del Golfo una priorità strutturale non negoziabile, indipendente dalle crisi del momento.

Un indicatore chiarissimo di questa tendenza emerge dalle ultime decisioni industriali e militari della Repubblica Popolare. Un recente articolo del South China Morning Post evidenzia infatti come Pechino stia valutando di espandere la produzione di droni militari all’estero, in particolare per servire meglio i clienti del Medio Oriente, sulla scia delle strategie mostrate dal colosso statale Norinco durante l’Eurosatory 2026 a Parigi. La società ha presentato un modello di linea di assemblaggio completo, dalla produzione dei componenti ai test finali, accompagnato dal messaggio di “localizzazione della difesa”, indicando una possibile delocalizzazione industriale. Questa mossa risponde alla crescente domanda nei Paesi del Golfo, già tra i maggiori acquirenti di droni cinesi per capacità operative rapide e costi contenuti. La produzione offshore permetterebbe quindi di ridurre tempi di consegna, migliorare manutenzione e supporto locale e aggirare frizioni logistiche o vincoli politici legati alle esportazioni. Inoltre, l’approccio riflette un passaggio da semplice vendita di armamenti a integrazione industriale con partner regionali, includendo addestramento e supply chain locali. Nel complesso, la strategia segnala un rafforzamento della presenza cinese nel mercato militare mediorientale e una crescente competizione con i fornitori occidentali.

Se la notizia sull’intensificarsi della cooperazione in materia militare tra Cina e Paesi del Golfo aiuta già a comprendere la crescente presenza cinese nella regione nonostante l’escalation militare, le ultime notizie forniscono ulteriore supporto a questa osservazione.

Sempre a giugno, infatti, Arabia Saudita e Cina hanno concordato la firma di sei accordi e memorandum d’intesa durante una visita ufficiale a Pechino (13-16 giugno 2026), accompagnata dall’assegnazione di progetti abitativi per oltre 1,9 miliardi di riyal sauditi (circa 506 milioni di dollari) tra Riyadh e Dammam. Le intese coprono investimenti nel settore edilizio, trasferimento tecnologico, sviluppo del capitale umano e partnership pubblico‑private, con l’obiettivo di migliorare efficienza e qualità nell’esecuzione dei progetti. L’iniziativa si inserisce nel contesto della Vision 2030 saudita, che punta a diversificare l’economia e potenziare infrastrutture e mercato immobiliare e dove il forum sino-saudita dei contractor ha rafforzato le sinergie industriali. Le stesse autorità saudite sottolineano come le aziende cinesi contribuiscano a trasformare ambizioni strategiche in risultati concreti, consolidando una presenza crescente in costruzioni, trasporti e grandi progetti.


E ancora. Investitori cinesi starebbero anche sostenendo le ambizioni industriali e digitali dell’Oman attraverso due progetti strategici presentati il 13 giugno 2026 nell’ambito del Future Fund Oman, in linea con la Vision 2040. Il principale è il complesso Orion Solar nella Sohar Freezone, un investimento da circa 220 milioni di rial omaniti (oltre 570 milioni di dollari) destinato a produrre ogni anno 6 GW di celle solari e 3 GW di pannelli, posizionandosi tra le strutture più avanzate a livello globale. Parallelamente, la società XCyber (legata al gruppo cinese QAX) prevede di costruire un hub regionale di cybersecurity, con capacità sovrane di monitoraggio, laboratori forensi digitali e centri operativi per la gestione delle minacce informatiche.

La scelta di avviare progetti industriali di questa portata da parte cinese, proprio mentre la regione è attraversata da uno scontro aperto tra USA e Iran, è perciò un segnale politico di enorme rilevanza. Una possibile lettura strategica di questi avvenimenti deriva anche dal rafforzamento della partnership strategica tra Emirati Arabi Uniti e Cina emersa durante la visita ufficiale del principe ereditario di Abu Dhabi, Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed, a Pechino lo scorso aprile (ancora una volta, mentre il conflitto in Medio Oriente era ben lontano dalla “tregua”), dove ha incontrato il premier Li Qiang per ampliare la cooperazione bilaterale in settori prioritari. Al centro dei colloqui è stato posizionato proprio il passaggio a una fase più integrata della relazione, con dei focus ben precisi su opportunità future, resilienza delle supply chain e… ruolo congiunto nell’economia globale (!). I due Paesi hanno infatti sottolineato la crescita significativa degli scambi, con il commercio non petrolifero che ha raggiunto circa 111 miliardi di dollari nel 2025. Ad arricchire di importanza l’evento ha contribuito anche la UAE‑China Business Promotion Conference, un momento volto a rafforzare i legami tra imprese e investitori in settori ricorrenti negli accordi cinesi che hanno come oggetto il Golfo (infrastrutture, tecnologia e industria). Ecco, dunque, che la Cina non sembra aver rinunciato ai propri obbiettivi economici e geopolitici nel Golfo nemmeno dopo l’escalation in Iran.

L’analisi di Zaid M. Belbagi di qualche giorno fa su Arab News, evidenzia infatti come, anche nel contesto di crescenti tensioni regionali la Cina riesca comunque a consolidare in modo sistematico la propria presenza economica e strategica nel Golfo, rafforzando legami che vanno ben oltre il tradizionale scambio energia‑manifattura. L’autore sottolinea che i Paesi del GCC (Gulf Cooperation Council), storicamente dipendenti dagli Stati Uniti, hanno accelerato il perseguimento di una maggiore autonomia strategica, riconoscendo probabilmente in Pechino un partner credibile soprattutto per investimenti industriali, tecnologia e finanza. I dati citati nell’articolo sono significativi: il commercio bilaterale Cina‑Golfo ha raggiunto circa 300 miliardi di dollari annui, mentre il Middle East copre il 42% delle importazioni petrolifere cinesi, a dimostrazione di un’interdipendenza strutturale. A prima vista sembrerebbe che il Golfo abbia bisogno della Cina… tanto quando Pechino abbia bisogno del Golfo, ponendo la Cina nella posizione di non poter rinunciare facilmente e velocemente ai Paesi arabi.

Tuttavia, il punto centrale dell’analisi è qualitativo: Pechino sta accumulando posizioni industriali e finanziarie profonde, come la partecipazione di Sinopec nel North Field East in Qatar o le joint venture con Aramco, oltre a esportare tecnologie strategiche, con 850 milioni di dollari di pannelli solari esportati nella regione solo nei primi due mesi del 2026. Belbagi evidenzia inoltre che la costanza della politica estera cinese e l’assenza di condizioni politiche negli investimenti rappresentano un vantaggio competitivo rispetto all’approccio statunitense, spesso percepito come più volatile e vincolante. Nonostante ciò, rimane difficile immaginare che la Cina intenda sostituire il ruolo di sicurezza degli USA, i quali mantengono ancora una presenza militare dominante e il 54% delle forniture di armi alla regione; quello che Pechino sembrerebbe voler ottenere è invece la realizzazione di un’architettura economico‑industriale alternativa su scala globale. In questo quadro, il rafforzamento dei legami con il Golfo non si interrompe con le tensioni geopolitiche, ma anzi si intensifica, configurandosi come uno strumento attraverso cui i Paesi del Golfo ridefiniscono il loro rapporto con Washington e avanzano verso una maggiore “indipendenza”.

D’altronde, anche un’analisi del World Economic Forum evidenzia come il rafforzamento dei legami tra Cina e Paesi del Golfo rappresenti una trasformazione strutturale che va ben oltre la tradizionale dipendenza dal petrolio, evolvendo verso una relazione economica definita “full‑stack” che comprende cioè capitale, tecnologia, manifattura, logistica ed energia pulita. L’analisi evidenzia poi quattro driver principali sui quali si stanno innestando i nuovi rapporti tra Pechino e Paesi arabi: l’allineamento tra capitale del Golfo e capacità industriale cinese, l’integrazione tra manifattura cinese e logistica regionale, la complementarità tra energia del Golfo e domanda cinese per AI e clean tech, e una convergenza strategica su diversificazione e nuove rotte commerciali; traiettorie talmente strategiche che nemmeno la Terza Guerra del Golfo sembra poter annuvolare.