Sul gas Eni avverte l’Italia: in inverno la sicurezza energetica nazionale sarà sottoposta a diverse problematiche legate all’imprevedibilità dei comportamenti della Russia e a dinamiche difficili da prevedere.

“Difficile essere fiduciosi”, ha dichiarato l’amministratore delegato del Cane a sei zampe Claudio Descalzi, riferendosi al precedente del blocco delle forniture di Gazprom a Tarvisio per problematiche contrattuali con gli operatori di rete austriaci.

A preoccupare non è tanto il singolo caso in sé. Per Descalzi, infatti, lo stop di gas russo che entra da Tarvisio dovrebbe risolversi entro la settimana, dato che il vincolo è puramente contrattuale e legato ai tergiversamenti di Gazprom nel firmare i nuovi accordi di servizio con l’Austria. A preoccupare è il precedente che si teme la Russia possa ripetere questa volta intenzionalmente.

“Il contributo addizionale del gas russo, che speriamo ritorni, è fondamentale, 20 milioni di metri cubi al giorno che sono tra il 9-10% del supply che sta arrivando in Italia. È importante che i rigassificatori funzionino, è importante che non ci siano problemi tecnici alle produzioni in Algeria o Egitto o interruzioni dalla Libia”, ha aggiunto il manager in corsa per il suo quarto mandato nella prossima primavera che in inverno, salvo chiamate d’alto profilo da parte di Giorgia Meloni (Ministero degli Esteri o della Transizione Ecologica) si gioca una fetta importante del suo lascito gestionale.

Descalzi, parlando ai margini della consegna degli Eni Awards 2022 tenutasi al Quirinale alla presenza di Sergio Mattarella, ricordando che su Tarvisio la questione non è geopolitica in senso stretto ma finanziaria e legata al difficile rapporto sul fronte delle sanzioni evidenzia una prima parte del problema. La seconda è legata al fatto che, nonostante gli sforzi di attori come Eni e Snam, negli anni scorsi la politica energetica nazionale è stata molto lasciata a sé stessa. E oggi è l’accumularsi di tensioni e elementi di complessità a preoccupare.

Questo per almeno una triplice ragione di motivi. In primis, quello infrastrutturale. Descalzi ricorda che “un sistema energetico deve essere in ridondanza non solo nel supply ma anche nelle infrastrutture perchè possono esserci delle interruzioni per fatti tecnici non necessariamente geopolitici”. Ogni riferimento al guasto (sabotaggio?) di Nord Stream è voluto. Pensiamo a cosa sarebbe potuto accadere se l’Italia avesse avuto in questi mesi a disposizione un gasdotto come South Stream per compensare la carenza europea del decisivo gas russo che anche Roma non potrà, pur nella ridotta dipendenza, elidere: la Russia mai avrebbe potuto sostenere una duplice offensiva psicologica a Nord e a Sud sul gas e in caso di incidente alla pipeline nel Baltico una deviazione nel Mediterraneo avrebbe anche alleviato il problema a Berlino. Descalzi ricorda che “lo sforzo lo abbiamo fatto con i tubi, il resto verrà dall’Lng“, il gas naturale liquefatto, “e se non avremo rigassificatori il gas che viene dall’Angola, dalla Nigeria, dall’Egitto andrà da altre parti, in quei paesi che hanno rigassificatori”. Il nuovo fronte ora si chiama EastMed, come velatamente al recente summit milanese Gastech ha fatto intendere Guido Brusco, a capo dell’Upstream del Cane a sei zampe e sempre più papabile delfino di Descalzi. Ma per l’attivazione del gasdotto del Mediterraneo orientale ci vorranno, ovviamente, anni.

Il secondo tema è legato all’equilibrio di mercato. Nella giornata odierna, a Varese, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha chiesto al prossimo governo italiano lo sganciamento dal Ttf, l’indice di Amsterdam denunciato come inefficiente anche dal Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani. Descalzi, prudentemente, non può arrischiare sortite simili visto il ruolo di Eni nel mercato del gas europeo. “La guerra ci ha fatto scoprire la fragilità del sistema energetico europeo. Grande mercato, grande piattaforma di trasformazione, ma l’Europa è senza una sua energia propria, senza un’energia diversificata nel tempo” e questo crea problemi in contesti come l’Italia in cui “il gas sul mercato interno costa meno che al Ttf”. Ma la strada per emanciparsi dalla corsa della speculazione che sta alimentando il caos dei prezzi è in salita e passa per una radicale svolta in campo europeo. “Il prezzo del gas in Europa non è stato affidato alla borsa Ttf di Amsterdam per decisione politica dell’Unione. E’ il mercato che ha finito per prenderlo come punto di riferimento, perché negli ultimi dieci anni, e fino all’anno scorso, lì c’erano i prezzi più bassi. Se oggi l’Unione europea vuole imporre un nuovo indice più stabile, basato su altri indicatori, come l’Henry Hub statunitense o il Jkm dell’Estremo Oriente, la cosa non è mica così semplice”, ha spiegato all’ANSA Gionata Picchio, vicedirettore del sito specializzato sull’energia Staffetta Quotidiana.

Il terzo punto è quello propriamente geopolitico e strategico. E ha a che fare con la fragilità di molte linee di approvvigionamento alternative scelte dall’Italia. Paesi come Algeria e Libia sono sicuramente scenari complessi e anche i rumors delle scorse settimane circa possibili inadempienze nel primo Paese agli accordi con l’Italia vanno ponderati con attenzione. C’è poi l’Azerbaijan, sempre più decisivo per il gas italiano, che però si trova in uno scenario assai pericoloso dopo i recenti scontri nel Nagorno-Karabakh. Ogni singolo deterioramento in uno scenario di crisi in questi contesti potrebbe togliere nei prossimi mesi ulteriori risorse all’industria energetica nazionale acuendone la vulnerabilità. E il combinato disposto tra scarsa resilienza infrastrutturale, mercato finanziarizzato e vulnerabilità esterna del Paese disegna lo scenario che preoccupa Descalzi: vedere l’Italia oggetto e non soggetto delle dinamiche energetiche nonostante gli sforzi fatti finora. Una situazione difficile da cambiare dopo anni in cui la politica energetica è stata colpevolmente trascurata.