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La fine dell’egemonia della Russia nel mercato europeo del gas apre a una nuova, diversa forma di instabilità per il Vecchio Continente, oggi dipendente dalle forniture di gas naturale liquefatto (Gnl) importato via nave da Paesi come Qatar, Norvegia e, soprattutto, Usa?

L’ambigua svolta Ue

Se ne è reso conto, di recente, Politico.eu, principale testata di commento degli affari comunitari, in un’analisi approfondita che ha parlato del cortocircuito comunitario sull’energia. La corsa a sostituire la costante primazia russa nel mercato dell’oro blu, dopo l’invasione dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin, ha sicuramente contribuito a danneggiare le prospettive economiche di Mosca nel medio periodo, ma certamente non a stabilizzare quelle europee. Sul primo fronte, la Russia ha lucrato nel breve periodo con la sua guerra, soprattutto psicologica, sui prezzi e la weaponization degli strumenti di mercato ma da metà 2023 in avanti è emerso quanto per il sistema guidato da Gazprom l’attacco all’Ucraina sia risultato in un vero e proprio scacco strategico.

La Russia ha perso apertamente la guerra del gas: Gazprom ha visto l’utile 2023 calare del 7% e i profitti della seconda metà dell’anno scendere del 40%, il mercato europeo è interdetto, il principale gasdotto baltico, il Nord Stream, rimasto vittima di un sabotaggio su cui emerge la mano anglo-polacca, gli investimenti in conto capitale del 2024 profondamente ridimensionati, le prospettive di finanziamento della guerra e di difesa del rublo messe sotto scacco. Ma, fatto paradossale, a vincerla non è stata l’Europa. Ma bensì una serie di attori esterni. A cominciare dagli Usa. Un fatto che crea, per Politico.eu, un problema.

La scommessa europea e le mosse di Biden

“L’Ue ha scommesso molto sul GNL statunitense nel 2022 dopo aver evitato l’energia russa a basso costo su cui aveva fatto affidamento per anni. Ha speso miliardi in infrastrutture per il GNL e ha firmato decine di nuovi contratti”, ha notato la testata paneuropea con sede a Bruxelles. Ma tuttavia “tali decisioni vengono ora messe in discussione: l’Europa ha barattato la sua indebita dipendenza dalla Russia con una miope dipendenza dall’America?”, si chiede retoricamente Politico.eu, ricordando che “gli Stati Uniti attualmente forniscono all’Europa quasi il 50% del suo GNL – rispetto a circa un quarto prima della guerra – e il GNL ha superato il gasdotto come la più importante fonte di approvvigionamento”. Nel 2023 con 56,2 miliardi di metri cubi il Gnl Usa era il secondo fornitore di gas all’Europa dopo il mercato norvegese, che via tubo e Gnl forniva complessivamente il 30,3% del gas europeo (87,8 miliardi di metri cubi) contro il consistente 19,4% americano.

Paesi come Italia, Germania e Polonia hanno spinto notevolmente sul Gnl e gli investimenti ad esso collegati. E la dipendenza, o presunta tale, dal gas russo, notevolmente spiazzata. Tanto che, col senno di poi, viene da chiedersi se fosse giustificato l’allarme di chi, come l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, parlava di tale dipendenza in termini foschi. Strana dipendenza – verrebbe da dire – quella che in un biennio, seppur con costi elevati – si spezza.

Cosa succede, però, ora? Succede che la svolta green di Joe Biden, che da presidente ha perseguito una strategia di energy dominance in continuità col predecessore Donald Trump, mette dubbi sull’espansione delle forniture di Gnl a stelle e strisce all’Europa. Il voto di novembre e il rematch Biden-Trump si avvicinano, e il comandante in capo vuole riconquistare alla sua causa l’elettorato di sinistra e ambientalista, decisivo per competere in molti Stati.

Il blocco Usa ai nuovi progetti di Gnl

Dunque, ricorda Politico.eu, “in vista delle elezioni serrate di novembre, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato una pausa temporanea nell’approvazione di nuovi progetti di Gnl, congelando di fatto l’espansione del paese delle infrastrutture di esportazione per soddisfare gli elettori attenti al clima”. Gli Usa, vincitori assieme alla Norvegia e a pochi altri Paesi come Qatar e Regno Unito della svolta europea verso il Gnl, ora potrebbero lasciare l’Europa col cerino in mano, dato che negli anni a venire lo stop imposto da Biden, se confermato, ridurrà la capacità di sostenere l’ampliamento dell’offerta al Vecchio Continente.

“Il blocco di Biden ai nuovi progetti entra in gamba tesa sulla cronica dipendenza energetica europea. Solo poche settimane fa Ditte Juul Jørgensen, la commissaria europea all’Energia, ricordava che “per decenni” l’Europa avrebbe avuto bisogno del Gnl americano”, si è scritto su Money.it. In quest’ottica, paradossalmente la scelta di Biden di enfatizzare la natura oggettivamente inquinante del Gnl mette l’Europa di fronte al dilemma della sicurezza energetica e alla sua potenziale conflittualità col Green Deal.

La corsa in salita dell’Europa

“Bruxelles”, si faceva notare, “si trova tra l’incudine e il martello per il fatto che da un lato ha espresso la necessità di aumentare la sicurezza energetica liberandosi dal gas russo e dall’altro ha fissato col Green Deal l’esplicito obiettivo di raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette di carbonio entro il 2050 e di ridurre le emissioni di oltre la metà entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990″. Un obiettivo che la svolta per il Gnl renderebbe insostenibile. E l’Europa si trova di fronte alla necessità di ovviare a una miopia strategica che, in una fase di crescente mobilitazione delle risorse in termini di ricerca di efficienza e soluzioni sistemiche a problemi securitari fatti emergere da atti gravi come l’invasione russa dell’Ucraina, può danneggiare le basi dello sviluppo industriale e della prosperità europee.

Oggi più che mai da valorizzare in una fase che, con l’enfasi sulla mobilitazione da “economia di guerra” sempre più dominante nella retorica pubblica, imporrà di fare della sicurezza degli approvvigionamenti di asset critici un punto di partenza per la grande strategia di ogni sistema che voglia competere in prima fascia su scala globale. E per l’Europa chiamarsi fuori da questa partita rischia di risultare controproducente.

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