Questo articolo è la seconda parte del rapporto realizzato da Alessandro Cassanmagnago sul nucleare iraniano. La prima può essere letta qui.
Nel 2025, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, si è giunti al quinto round di negoziati tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare iraniano. Questi colloqui sono guidati da figure chiave: per gli Stati Uniti, Steve Witkoff, imprenditore immobiliare e attuale inviato speciale per il Medio Oriente ; per l’Iran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. I primi incontri sono stati facilitati dalla diplomazia omanita a Mascate, con successivi segnali di apprezzamento e coinvolgimento da parte di altre monarchie del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita e il Qatar.
Durante il suo recente tour nel Golfo Persico, il presidente Trump ha espresso ottimismo riguardo alla possibilità di un accordo nucleare con l’Iran. In una dichiarazione a Doha, ha affermato: “Siamo in negoziati molto seri con l’Iran per una pace a lungo termine. Penso che ci stiamo avvicinando a un accordo, forse senza dover ricorrere a soluzioni drastiche.”
Il fulcro delle discussioni attuali riguarda il livello di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran. Dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018, l’Iran ha ripreso l’arricchimento dell’uranio, raggiungendo livelli prossimi a quelli necessari per la produzione di armi nucleari. Teheran sostiene che il programma sia esclusivamente civile, ma questa escalation è da considerarsi come una strategia di deterrenza per spingere gli Stati Uniti e i Paesi europei a tornare al tavolo dei negoziati.
Parallelamente, gli Stati Uniti hanno intensificato le sanzioni contro l’Iran, continuando la politica di “massima pressione” già avviata durante la precedente amministrazione Trump. Questa strategia mira a costringere l’Iran a negoziare alle condizioni desiderate da Washington.
Attualmente, le due parti stanno cercando un compromesso tra la posizione americana, che vorrebbe uno “zero enrichment deal” (nessun arricchimento), e quella iraniana, che insiste sul diritto all’arricchimento per scopi civili. Una delle proposte in discussione prevede la creazione di un consorzio tra l’Iran e i paesi del Golfo per gestire l’uranio arricchito, sotto la supervisione degli Stati Uniti e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).
Il prossimo incontro tra le delegazioni iraniana e statunitense, mediato dall’Oman, è previsto per i prossimi giorni. Sarà un momento cruciale per valutare i progressi e le possibilità di raggiungere un accordo che possa soddisfare entrambe le parti e contribuire alla stabilità regionale.
I nemici dell’atomo iraniano
Oltre agli ostacoli tecnici e diplomatici, esistono forze politiche interne ed esterne che si oppongono al raggiungimento di un accordo nucleare tra Stati Uniti e Iran. All’interno dell’Iran, l’opposizione più significativa proviene dal Fronte della Stabilità della Rivoluzione Islamica (Jebhe-ye Paydari-ye Enqelab-e Eslami), noto come Fronte Paydari. La loro opposizione all’accordo nucleare deriva da una visione in cui ogni apertura verso gli Stati Uniti è vista come una minaccia alla sovranità nazionale e all’identità ideologica dell’Iran. Il Fronte è inoltre in aperta opposizione politica all’attuale presidente Masoud Pezeshkian, che ha sconfitto i loro candidati alle recenti elezioni, e mantiene rapporti stretti con la Russia, che ha tutto l’interesse a mantenere l’Iran in una posizione di conflitto con l’Occidente.
Negli Stati Uniti, l’opposizione all’accordo con l’Iran è guidata da una parte significativa dell’establishment politico, composta da esponenti neoconservatori, tradizionalmente favorevoli a una strategia di confronto militare con Teheran. Tuttavia, è forse più corretto parlare, almeno in questa fase storica, di una resistenza portata avanti dai cosiddetti ambienti filosionisti, o più precisamente filo-Netanyahu: settori del Congresso e della politica statunitense, trasversali sia alla destra che a una parte della sinistra, strettamente allineati alla visione del primo ministro israeliano. Esiste una sovrapposizione significativa tra i neocon più radicali e questi ambienti filo-israeliani: entrambi promuovono un approccio intransigente, e in alcuni casi auspicano un intervento militare diretto degli Stati Uniti a sostegno di Israele, con l’obiettivo di neutralizzare il programma nucleare iraniano.
La posizione ufficiale del Governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, è nota: opposizione totale a ogni forma di accordo che permetta all’Iran anche solo di mantenere capacità nucleari civili. Tuttavia, come spiegato in precedenti analisi (ad esempio in un contributo per Osservatorio Globalizzazione, “I nemici esterni della democrazia iraniana”), le preoccupazioni israeliane vanno ben oltre il pericolo rappresentato da un’ipotetica arma nucleare. A spaventare Israele è soprattutto la forza economica e demografica potenziale dell’Iran.
La strategia di Israele
Con una popolazione che sfiora i 90 milioni di abitanti (circa dieci volte quella israeliana, che si aggira intorno ai 9–10 milioni), e ancora in una finestra demografica favorevole, l’Iran rappresenta un potenziale protagonista regionale di primo piano. Questa finestra, tuttavia, sta per chiudersi, e proprio per questo Teheran è spinta ad accelerare la propria crescita economica, sfruttando la disponibilità di capitale umano. Israele, in questa prospettiva, mira a ostacolare non solo il programma nucleare, ma anche il consolidamento economico iraniano, in un’ottica di contenimento strategico complessivo.
La strategia israeliana si basa anche sulla recente efficacia dimostrata nel colpire membri e strutture dell’“asse della resistenza” — Hezbollah in Libano, Hamas, il regime di Assad in Siria — ma rischia di sopravvalutare due fattori. Primo: la propria effettiva capacità di affrontare direttamente l’Iran. È vero che l’intelligence israeliana ha raccolto informazioni di altissimo livello sul programma iraniano, ma l’intelligence da sola non basta a garantire l’efficacia strategica o il successo militare di un’operazione. Secondo: la volontà di Donald Trump di seguire Netanyahu su questa linea. L’attuale presidente statunitense sta dimostrando un approccio più pragmatico, in linea con la sua formazione di uomo d’affari e con la propria immagine di negoziatore, già codificata nei suoi testi (e infatti Trump è autore del bestseller The Art of the Deal, non The Art of War).
Trump, pur avendo avvertito che l’Iran verrebbe colpito militarmente nel caso in cui producesse un’arma atomica, al momento privilegia chiaramente il negoziato. A conferma di questa linea, ha rimosso dalla sua amministrazione alcune delle figure più vicine alla visione neo-conservatrice e al blocco filo-Netanyahu; tra queste spiccava John Bolton, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale già nel primo mandato.
Il ruolo dei Paesi europei
Accanto a questi oppositori noti, vi sono anche attori meno prevedibili che, per ragioni diverse, hanno assunto una posizione critica o poco costruttiva. Tra questi, il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Rafael Mariano Grossi, argentino, che ha adottato toni piuttosto duri nei confronti dell’Iran. Secondo alcune interpretazioni, il suo atteggiamento deriverebbe dal fatto di essere rimasto ai margini delle trattative dirette tra Washington e Teheran, in un processo in cui l’AIEA appare meno centrale rispetto al passato. Inoltre, non si esclude che Grossi stia cercando di rafforzare la propria visibilità in vista di possibili ambizioni politiche in Argentina.
Un atteggiamento simile è stato adottato anche dai tre principali attori europei: Francia, Germania e Regno Unito. Questi paesi, noti come gruppo E3, sono stati per anni parte attiva dei negoziati con l’Iran. Tuttavia, l’attuale processo bilaterale, mediato dall’Oman e dominato dal rapporto diretto tra Stati Uniti e Iran, li ha marginalizzati. Le critiche europee derivano dunque sia da motivazioni politiche — in particolare l’antipatia nei confronti di Trump in molte capitali europee — sia da una valutazione realistica della perdita di centralità diplomatica nel dossier iraniano.
I possibili scenari
Cosa potrebbe dunque accadere nei prossimi giorni, nei prossimi mesi? Gli sviluppi possibili si riducono, in sostanza, a due scenari principali. Il primo, delineato nel corso di questo articolo, è quello in cui Stati Uniti e Iran riescano a raggiungere un’intesa sul programma nucleare. Tale accordo risponderebbe agli interessi di entrambe le parti: per Washington, garantirebbe la certezza che Teheran non persegua la costruzione di un’arma nucleare; per l’Iran, comporterebbe la rimozione delle sanzioni economiche e un rilancio dell’economia nazionale.
Il secondo scenario, di segno opposto, è quello di un mancato accordo, che potrebbe a sua volta articolarsi in due sotto scenari distinti. Il primo consisterebbe nella prosecuzione della strategia di “massima pressione” già adottata da Trump, fatta di sanzioni economiche e del proseguimento della guerra coperta che Israele conduce contro l’Iran dal 1979. Il secondo è più radicale e rischioso, e potrebbe essere definito — con un riferimento alla terminologia della Guerra Fredda — come roll-back: l’ipotesi di un attacco militare cinetico, condotto da Israele con il supporto degli Stati Uniti, volto a distruggere le infrastrutture nucleari iraniane e riportare il programma atomico “all’età della pietra”.
Questo secondo sotto scenario appare, tuttavia, improbabile per almeno due motivi. In primo luogo, l’amministrazione Trump non sembra intenzionata ad aprire nuovi fronti militari, preferendo concentrare energie e risorse sul contenimento della Cina e sulla regione dell’Indo-Pacifico. In secondo luogo, sebbene Israele appaia disposto a intraprendere un’azione di forza, le monarchie del Golfo e altri attori arabi della regione si sono mostrati freddi di fronte a tale ipotesi, temendo un’ulteriore destabilizzazione in un contesto già segnato dagli eventi del 7 ottobre.
In definitiva, il punto cruciale resta la questione dell’arricchimento dell’uranio: se le parti riusciranno a trovare un’intesa su questo nodo, si potrà aprire la strada non solo alla revisione del regime sanzionatorio, ma forse anche a un negoziato più ampio, capace di reinserire gradualmente l’Iran nel quadro regionale e internazionale.