Dopo quasi un anno di confronto, il colosso russo del petrolio Lukoil ha individuato nel fondo americano Carlyle l’attore deputato per la cessione delle sue attività fuori dal Paese guidato da Vladimir Putin. Una mossa attesa da tempo, che si inserisce nel quadro tanto della reazione delle major di Mosca alle sanzioni internazionali quanto del processo di graduale ricerca di una distensione russo-americana passante anche dagli affari.
Cosa venderà Lukoil
Pozzi di petrolio e giacimenti di gas in Paesi come Iraq e Messico, partecipazioni in progetti in Azerbaijan, quote in piani di estrazione tra Uzbekistan, Egitto, Camerun, Nigeria, Ghana, Emirati Arabi Uniti e Congo, raffinerie in Bulgaria e Romania, reti distributive di carburanti in 20 Stati diversi: l’impero di Lukoil, fondata nel 1991 e diretta fino al 2022 da Vagit Alekperov e oggi avente come uomini forti il Ceo Vadim Vorobyov e il vicepresidente Leonid Fedun, contiene asset multimiliardari all’estero che passeranno al fondo guidato da David M. Rubenstein, forte di oltre 400 miliardi di asset in gestione dal quartier generale di Washington e da tempo attivo nel campo del private equity.
Il Financial Times nota che “il potenziale accordo con Carlyle non includerà gli interessi di Lukoil in Kazakstan, tra cui le quote nei giacimenti petroliferi di Karachaganak e Tengiz, nonché il Caspian Pipeline Consortium, che trasporta la maggior parte del petrolio del Paese al porto russo di Novorossijsk per l’esportazione”, dato che la leadership di Astana ha deciso di esercitare un’opzione di riacquisto degli asset in una manovra che sembra orientata al bilanciamento tra il crescente legame verso gli Usa e la volontà di non chiudere al complicato ma strategico rapporto con la Russia.
Carlyle in volata su Chevron per gli asset Lukoil
Per il resto, Carlyle vince una contesa in volata con la cordata formata da Chevron e da Quantum Group, con una filosofia diversa: i due gruppi si erano detti pronti a investire 22 miliardi di dollari per l’intero patrimonio estero di Lukoil dopo che quest’ultima era stata colpita dalle sanzioni del Tesoro Usa a ottobre.
Chevron, in particolare, sarebbe stato un partner industriale importante e avrebbe espanso la sua rete già attiva, negli ultimi mesi molto spesso a sostenere la proiezione geopolitica Usa, dal Venezuela a Israele. Carlyle entra con un approccio più finanziario: i private equity hanno un orizzonte chiaro di investimento, 3-5 anni in genere, e mirano a valorizzare gli asset prima di rivenderli rafforzati e potenziati.
“Le società di private equity, tra cui Carlyle, si sono sempre più posizionate per trarre profitto da accordi energetici complessi e politicamente vincolati, che spesso comportano scorpori, strutture di proprietà transitorie o lunghi tempi di approvazione”, nota OilPrice, sottolineando che ora Carlyle e Lukoil dovranno attendere il via libera ufficiale del Tesoro Usa, che vede nella nuova operazione una potenziale leva economica d’influenza sulla Russia, il cui rientro nell’economia globale potrebbe avvenire solo dopo che altre operazioni di cessione di asset a leva sotto la pressione sanzionatoria si saranno concretizzate.
Prospettive future
Il portale finanziario Altanalyses indica che la differenza circa la scelta finale del partner a cui Lukoil ha deciso di cedere i suoi asset all’estero è esiziale, dato che Carlyle non mira a costruire un suo personale portafoglio energetico strutturato ma a rendere ottimale il possesso dei beni, e ipotizza che la transazione possa essere potenzialmente reversibile: per la sanzionata Lukoil cedere a Chevron avrebbe potuto significare compiere una mossa irreversibile perché in operazioni del genere “gli asset verrebbero integrati nei bilanci dei concorrenti, il know-how operativo verrebbe assorbito, i canali commerciali smantellati e le quote di mercato trasferite irreversibilmente. Ciò equivarrebbe a una capitolazione strategica”.
Con Carlyle, invece, non si segna la parola fine ma si potrebbe raggiungere l’obiettivo di “preservare l’esposizione economica e di mantenere un’opzione di rientro in caso di cambiamento del contesto geopolitico”. Insomma, si tratta di una manovra che cela anche una fiduciosa scommessa sulla positiva conclusione della distensione russo-americana a partire dall’Ucraina. Le prospettive della quale andranno analizzate, dunque, nelle loro ramificazioni politiche e anche economico-finanziarie.
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