Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Il rischio di un eccessivo utopismo nella programmazione delle strategie energetico-ambientali europee del futuro condiziona ancora l’agenda dei Paesi dell’Unione? La definizione di un piano (Fit for 55) tutto sommato ancorato a un principio di realtà e lo tsunami dei prezzi di fine 2021 che rischia di travolgere ogni prospettiva di ripresa del Vecchio Continente sembrerebbe aver messo al sicuro dall’assalto degli utopisti ambientalisti la transizione energetica, ma questo non vuol dire che sia necessario abbassare la guardia.

Su Inside Over abbiamo più volte sottolineato che un’altra questione da osservare con attenzione sarà quella legata alle ricadute geopolitiche della transizione. Ricadute che per un continente energivoro e povero di fonti primarie naturali come l’Europa possono trasformarsi sulla scia del passaggio dalla dipendenza dalle fonti primarie (come il gas naturale e il petrolio) che vede oggi il Vecchio Continente sotto scacco da parte della Russia alla dipendenza da materie prime strategiche e tecnologie fondamentali per abilitare il salto in termini di innovazione e infrastrutture che l’era delle rinnovabili imporrà. In questo caso il Paese avvantaggiato da dinamiche di questo tipo potrà essere la Cina, primo produttore di tecnologie per la transizione al mondo.

Prendiamo il caso emblematico dell’era della transizione green, quello dell’auto elettrica. I cambiamenti in termini di catena del valore rischiano di rendere l’Europa, terra di origine di alcune delle più avanzate case automobilistiche e relative catene di subfornitura al mondo (operanti soprattutto in Germania, Francia, Italia, Spagna e Svezia, con catene estese all’Est postcomunista), dipendente dalle forniture di componenti provenienti dalla Repubblica Popolare. “Serve una strategia europea industriale e dei trasporti per non passare da una parziale dipendenza dell’Ue dal gas russo ad una quasi completa dipendenza dalle batterie cinesi”, fa notare in una nota l’europarlamentare di Forza Italia Massimiliano Salini. “La messa al bando dei motori a combustione interna dal 2035 equivale infatti a puntare tutto sull’auto elettrica, consegnando di fatto la filiera europea dell’automotive alla dipendenza dalla Cina, che produce l’80% delle batterie mondiali”, ha aggiunto Salini, riprendendo quanto dichiarato in un dibattito in Commissione Tran dedicato al pacchetto Fit-for-55 a cui ha partecipato il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, delegato di Ursula von der Leyen alla transizione energetica.

Anche per i prossimi anni nonostante l’impegno Occidentale si prevede un trend simile: un analista esperto del tema come Daniel Clarke ha detto a Forbes che Pechino nel 2026  manterrà una quota elevata stimata tra il 60 e il 65% “a dispetto dei migliori sforzi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea”. Salini ha sottolineato nel suo intervento che “anche dando il massimo sostegno ai progetti delle nuove gigafactory europee, secondo stime della Commissione, arriveremmo nel 2035 a coprire in modo autonomo solo il 7% del fabbisogno Ue di batterie.”

E non solo sulle batterie si concentra la dominazione cinese di un contesto industriale che vede Pechino capace di sfruttare i grandi e massicci investimenti e i vantaggi di scala industriale legati alle sue politiche. Per quanto concerne i temi della transizione industriale legata al rilancio della decarbonizzazione dei trasporti, dei consumi, dell’industria, dei servizi bisogna ricordare che l’ibridazione particolare tra nuove tecnologie e nuovi metodi di alimentazione energetica può creare una sinergia unica nel suo genere. Favorendo chi, partendo da necessità di avanzamento digitale e ambientale più corpose, da anni programma il futuro: e non è un caso che la leadership cinese sulla transizione energetica vada di pari passo con la corsa di Pechino al ruolo di prima potenza tecnologica globale.

Nei secoli passati, il carbone ha fatto la rivoluzione industriale e l’ascesa della potenza imperiale britannica, il petrolio sancito l’egemonia statunitense nel Novecento e nell’era delle rinnovabili la Cina è leader del settore e si appresta, complice la sua ramificazione geopolitica nei mercati di produzione delle decisive terre rare e materie prime strategiche, a consolidare il suo peso su scala internazionale. Per fare un ulteriore esempio concreto, bisogna ricordare che il mercato dei pannelli fotovoltaici a basso costo dipende dal polisilicio prodotto nello Xinjiang, che sei delle sette maggiori compagnie al mondo che producono i pannelli sono cinesi e che dal litio al cobalto, passando per il nickel, tutte le catene del valore delle principali materie prime legate alle tecnologie per la transizione sono in mano alla Repubblica Popolare.

Questo ha notevoli implicazioni geopolitiche e può depotenziare, in prospettiva, la corsa della transizione europea e l’efficacia di misure come il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), i dazi verdi proposti dall’Unione Europea per colpire le produzioni inquinanti esterne al Vecchio Continente. Per Salini, una delle soluzioni potrebbe consistere in una ridefinizione dei parametri del Vecchio Continente sul mix energetico per adattare i sacrosanti obiettivi di transizione e tutela ambientale al realismo di breve e medio periodo. Un’evoluzione ulteriore di quanto già fatto inserendo gas naturale e nucleare, con dovuti distinguo, tra le fonti ritenute utili alla transizione nella più recente tassonomia Ue.

Salini propone un’ulteriore revisione in corsa degli obiettivi legata al target del 2035 per la fine della circolazione e della vendita dei veicoli con motori a scoppio: “Chiediamo che venga adottato un approccio “life cycle”, che tenga conto delle emissioni CO2 dell’intero ciclo di vita del veicolo, facendo nel 2028 una valutazione di impatto intermedia per decidere il mix energetico più adatto e rivedere tempi e modi dell’eventuale stop ai motori a combustione interna”. Una svolta che, come le precedenti, consentirà di guardare con più attenzione alle dinamiche produttive, industriali, di sviluppo. Non potrebbe esistere sostenibilità in un contesto che vede una transizione economica e energetica indebolire la sicurezza di un intero continente. Né sviluppo economico sarebbe, in questo caso, possibile abdicando a giocare un ruolo primario nelle nuove catene del valore a favore della Cina. La transizione non sarà, meno che mai dopo gli ultimi sviluppi, un pranzo di gala: e l’Europa deve capirlo.

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