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Nel mondo in cui le Borse sono attratte dai trend dell’intelligenza artificiale, dai timori per una nuova recessione e dal futuro dei tassi d’interesse, un termometro sempre interessante per mostrare la fiducia di investitori e produttori resta il caro, vecchio petrolio. Il cui prezzo è sempre indice delle fibrillazioni geopolitiche da un lato e proxy della vivacità dell’economia internazionale dall’altro.

Fattispecie, queste, che sono oltremodo attuali in una fase critica ove la regione simbolo del mercato del greggio, il Medio Oriente, è interessata dalla guerra a Gaza e da altre grandi tensioni strategiche; in cui un grande produttore come la Russia è sotto sanzioni sul greggio da parte dell’Occidente; e, infine, in cui nuovi produttori come la Guyana cercano di emergere sostenuti da coloro che cercano nuove fonti per alimentare la propria domanda. Tra cui la Cina, che contribuisce assieme all’India ai record di domanda emersi negli anni in cui si pensava che “Re Petrolio” avrebbe deposto la corona.

In questa fase il prezzo in borsa del petrolio mostra le conseguenze di tale situazione magmatica. Dopo mesi di maretta, il prezzo del petrolio è salito in estate. Gabriel Debach, Market Analyst di eToro, ha osservato l’aumento di prezzo dei due benchmark finanziari del greggio più diffusi a livello di mercato: “il Brent ha superato gli 80 dollari al barile, mentre il WTI è rimasto poco sotto i 78 dollari”.

Debach analizza il fatto che questa fase è contraddistinta da una serie di sovrapposizioni tra le dinamiche economiche che mostrano tagli dei tassi in arrivo dagli Usa ma incertezze su export e produzione in Cina e nuovi scenari di crisi geopolitica.

Per l’analista “uno dei principali fattori di pressione sui mercati proviene dalla Libia, dove il Governo orientale ha annunciato l’intenzione di interrompere la produzione e l’esportazione di petrolio, sollevando timori per un nuovo ciclo di conflitti. La disputa per il controllo delle risorse petrolifere e della banca centrale tra il Governo orientale e il rivale di Tripoli continua a minacciare la stabilità del Paese”. La Libia conta per il 4% delle risorse accertate e sfruttate dal cartello mondiale del greggio, l’Opec, ma l’atteggiamento degli investitori è indice del fatto che qualsiasi disruption sarà prezzata negativamente in una fase in cui dal blocco del Mar Rosso alle guerre in atto tra Medio Oriente e Est Europa molte spade di Damocle pendono sul commercio mondiale del greggio.

Debach sottolinea che per ora “il mercato del petrolio continua a oscillare in un intervallo compreso tra 68 e 93 dollari al barile dall’agosto 2022”. Dal rally, qualcuno festeggerà: “Con un prezzo di breakeven fiscale per l’Arabia Saudita fissato a 84 dollari, il recente rimbalzo sarà sicuramente ben accolto a Riad”.

L’Arabia Saudita, lo ricordiamo, vuole ottimizzare le proprie risorse valorizzando al meglio il fondo alimentato dalla rendita petrolifera e ha bisogno di alti prezzi per estrarre in utile non solo per la sua compagnia nazionale, Aramco, ma per l’intero sistema nazionale. Un prezzo del barile a 84 dollari, in altre parole, consente al regno wahabita, con le condizioni economiche attuali, di finanziare i programmi di spesa senza ricorrere al prelievo fiscale, valorizzando il contratto sociale interno. A casa Saud si starà festeggiando, e nel frattempo il mercato petrolifero continua a rappresentare un asset decisivo per l’economia mondiale. Il portale Oil Price ricorda che il mercato del settore, pari a 1,5 trilioni di dollari annui, rappresenta circa il 30% del business globale delle commodities scambiate in campo finanziario nel mondo. E dunque anche il substrato finanziario rende il greggio strategico. Con buona pace di chi da anni ne predica l’inevitabile declino.

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