Per una spiacevole eterogenesi dei fini il 2021, l’anno in cui l’Unione Europea ha promosso il suo più ambizioso piano di transizione ecologica, potrebbe concludersi con un rilancio del consumo di carbone nel Vecchio Continente a causa dei problemi legati alla crisi dei prezzi delle materie prime energetiche oggi in atto.

Lo testimonia il fatto che anche il prezzo del più “sporco” dei combustibili fossili, dotato di un rendimento inferiore a petrolio e gas naturale ma decisamente più economico, sono in ascesa, segno di una domanda in aumento. E per Bloomberg questo sarebbe dovuto al fatto che i produttori europei di energia elettrica si stanno premunendo acquistando carichi di carbone a causa della carenza di gas naturale e dei rischi legati a un indebolimento delle scorte che costringono i servizi pubblici a cercare soluzioni di emergenza. Tutto questo, letto alla luce di un contesto che vede il mercato europeo dei permessi di inquinamento superare ogni record in termini di prezzi, e la possibilità di emettere una tonnellata di anidride carbonica arrivare a costare 65 euro per le imprese a più alto impatto ambientale, segnala la gravità di un contesto che vede l’Europa diretta verso la tempesta perfetta.

Le dinamiche di gas naturale e carbone

La crescita notevole dei prezzi del gas naturale legata alle carenze nelle forniture e alle dinamiche strutturali del mercato, che i consumatori italiani stanno percependo in questi giorni con il boom del prezzo del metano per auto, ha reso paradossalmente la generazione elettrica a carbone più conveniente sul breve periodo. E questo contribuisce a inflazionare a sua volta il mercato dei permessi di inquinamento sia nell’Europa continentale che nel Regno Unito, Paese in cui a settembre il Financial Times ricorda che il 5% della generazione è stata garantita proprio da tale fonte. In Regno Unito il prezzo del permesso di inquinamento, in quest’ottica, è schizzato fin quasi ai 90 euro la tonnellata.

Ironia della sorte, giusto il 20 settembre scorso l’Unione Europea aveva punito il principale Paese attivo nel carbone al suo interno, la Polonia. Varsavia ha ricevuto una multa dalla Corte di Giustizia per il mancato adeguamento ambientale per la miniera di carbone di Turow, che copre oltre il 7% dei consumi interni alla repubblica dell’Europa centro-orientale.

Il prezzo del carbone sui mercati europei, nel frattempo, è salito fino ai 200 dollari la tonnellata, un record dal 2008 in avanti. Il circolo vizioso dell’inflazione e l’impennata dei prezzi non risparmiano dunque nemmeno una risorsa che tutte le economie avanzate mirano a dismettere e che per contingenze strutturali conosce un nuovo revival di attenzione. E come riporta StartMag “anche i futures per la consegna del prossimo anno sono saliti fino al 4,1% a 139 dollari la tonnellata, il più alto dal 2008”. L’aumento della domanda da parte dei servizi pubblici sta esaurendo le scorte nei porti europei dopo una fase in cui “le forniture di carbone sono diminuite in quanto i maggiori produttori, la Colombia e l’Indonesia, hanno lottato contro le forti piogge, mentre alcune miniere altrove hanno chiuso a causa della pandemia”.

Il mondo della finanza e gli operatori sembrano essersi già orientati a “prezzare” i rischi di un sovrapprezzo in tutti i mercati energetici per la fine del 2021 e i primi mesi del 2022. Nella consapevolezza che quello prossimo ad aprirsi sarà un lungo inverno.

La transizione, una partita complessa

Cosa insegna il “revival” del carbone? Essenzialmente possiamo cogliere da questa dinamica tre lezioni fondamentali.

La prima riguarda l’attestazione della realtà dei fatti sulla transizione energetica, processo fondamentale per posizionare su più alti livelli, nel lungo periodo, la catena del valore dell’economia europea ma che sul breve periodo può comportare asimmetrie di questo tipo. Nell’ultimo decennio il Regno Unito e l’Europa hanno chiuso centinaia di impianti a carbone e dopo investimenti miliardari sulle energie rinnovabili queste l’anno scorso hanno superato per la prima volta i combustibili fossili come quota della produzione di elettricità. Ma la transizione necessita di un mix energetico strutturato, complice l’aleatorietà delle forntiure da rinnovabili.

Veniamo al secondo punto, ad esso conseguente: la crescente dipendenza di questi mix energetici da una risorsa vitale quale il gas naturale. Vero fattore abilitante della transizione come “ponte” tra fonti tradizionali e rinnovabili per la sua versatilità e lo sviluppo economico che permette di promuovere sul piano tecnologico-infrastrutturale, passaggio fondamentale per l’era della neutralità climatica.

Il gas naturale è la chiave del “grande gioco”

Terza lezione è la presa di consapevolezza del fatto che i prezzi degli idrocarburi nei mercati internazionali sono sempre più interconnessi e che sempre più strategico è proprio il ruolo del gas, le cui dinamiche di prezzo sono sempre più simile a quelle del petrolio. Non a caso è proprio il gas a far partire la “slavina” che ha portato al ritorno di fiamma del carbone con il boom dei prezzi. Gianni Bessi, analista geopolitico specializzato in questioni energetiche e consigliere regionale dell’Emilia-Romagna, di questi temi aveva scritto nel saggio Gas naturale – L’energia di domani e, contattato da Inside Over, sottolinea che nel mondo del gas “le dinamiche di prezzo si sono evolute similarmente alle oscillazioni dei cicli rialzista o ribassista del petrolio. Come ogni commodity il gas subisce tale variazione uscendo dopo decenni da un sistema controllato”. L’assalto alla diligenza dei carichi spot e la questione del commercio di idrocarburi col sistema gasiero russo, fonte di timori per un calo delle forniture verso l’Europa, hanno contribuito ad accelerare la soluzione precauzionale del carbone.

Il quarto e ultimo punto riguarda direttamente l’Italia. Il nostro Paese produce circa il 12,5% della sua energia elettrica col carbone (contro il 39% coperto da gas naturale), un livello in graduale discesa complici i grandi investimenti portati avanti da aziende come Enel e Terna in scenari critici come quello sardo. Ma al tempo stesso in vista dell’inverno l’Italia rischia di essere uno dei Paesi più colpiti dalla crisi energetica avviata dai prezzi del gas e, nota Bessi, “cosa sarebbe successo all’Italia se non avessimo avuto a disposizione i 5 miliardi di metri cubi di importazioni di gas dal Tap?”. Uno scenario potenzialmente da incubo per il nostro Paese, a cui però esiste la possibilità di rispondere. Come nota l’analista, l’Italia oggiorno può destreggiarsi nella partita europea dell’energia non solo aumentando il suo potenziale di collegamento infrastrutturale con le rotte del gas, ma anche e soprattutto rafforzando le sue capacità di stoccaggio di “oro blu” e derivati e riaprendo il discorso sulla produzione nazionale. Dato che per il gas naturale, come per ogni materia prima, la “capacità inutilizzata” che ogni sistema produttivo ha impatta sui prezzi, Bessi invita a non dimenticare “la produzione nazionale e gli 1,5 miliardi di metri cubi” intrappolati nel contesto dell’Adriatico, al centro negli anni scorsi della durissima battaglia sulle trivelle.

Dunque, quanto successo in Europa nelle ultime settimane ci ricorda la differenza tra le fonti fossili, fattore che smentisce un certo ambientalismo di maniera tendente a sparare nel mucchio quando si parla di energia da gas, petrolio o carbone. L’ascesa del consumo e del prezzo del carbone mostra la differenza tra fonti fossili capaci di frenare la transizione e fonti, invece, che possono giocare un ruolo nel quadro degli scenari del futuro. La partita sul carbone è innanzitutto una partita sul gas, che l’Europa e l’Italia in particolare devono saper giocare potenziando la gestione dei mercati, la sicurezza delle importazioni, la tutela delle scorte. E evitando di farsi prendere in contropiede come successo in questo caotico finale di 2021 che rischia di portare con sé la più problematica crisi energetica da mezzo secolo in avanti.