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Lucidare lo “scudo di silicio”, investire milioni di dollari nello sviluppo dell’industria dei droni e inventarsi qualsiasi altro espediente per continuare a risultare indispensabile agli occhi del mondo, e quindi protetta dalle potenze occidentali, rischia di non avere più senso per Taiwan. Indipendentemente da quale strategia utilizzerà Taipei per scongiurare un’offensiva cinese – economica, politica, o peggio, militare – l’isola continuerà ad essere vulnerabile per colpa di un tallone d’Achille ben preciso: il suo approvvigionamento energetico.

Il vero incubo che terrorizza il governo di William Lai, che può comunque contare su armi discrete e una difesa coriacea, è rappresentato dall’eventualità di restare a secco di gas, e quindi anche senza elettricità, visto che per produrla Taiwan dipende in gran parte da combustibili fossili importati. La “provincia ribelle” produce l’elettricità per lo più dal gas naturale liquefatto (Gnl, circa 40%), dal carbone e dalle rinnovabili. Non solo: importa circa il 97-98% dell’energia che consuma.

Il vero tallone d’Achille di Taiwan

Il Wall Street Journal non ha dubbi: poiché il 97% dell’energia di Taiwan viene importata via mare, qualora la Cina dovesse accerchiare l’isola bloccandone le principali rotte di navigazione – una mossa molto meno rischiosa rispetto a uno sbarco anfibio – la riserva di Gnl di Taipei si esaurirebbe nel giro di pochi giorni, compromettendone la capacità di produrre elettricità. Pechino, nel corso di una recente esercitazione militare, per la prima volta ha lasciato intendere di poter facilmente strangolare la “preda” senza sparare un colpo di cannone.

Certo, il governo di Lai sta incrementando lo stoccaggio di energia e riconsiderando l’energia nucleare (a pochi mesi dalla chiusura dell’ultimo reattore), ma la strada di Taipei verso l’autosufficienza energetica è ancora lunghissima e in salita. Come se non bastasse, le autorità locali sembrano più concentrate sulla valutazione degli Stati Uniti secondo la quale Xi Jinping tenterà di fagocitare l’isola con la forza entro il 2027.

Il focus di Taiwan resta quindi ancorato su come reagire alla sfida militare cinese anziché su come risolvere il rebus energetico. Eppure, almeno secondo i risultati di una serie di simulazioni di guerra condotte dal Center for Strategic and International Studies, è emerso che Taiwan potrebbe resistere a un blocco cinese e, in contemporanea, mantenere per un breve periodo la sua produzione di energia, ma che l’isola avrebbe bisogno dell’intervento degli Stati Uniti per ripristinare l’elettricità a fronte di un lasso di tempo più lungo.

Un problema energetico

La Cina, al netto di quanto sostiene il Pentagono, non avrebbe alcun interesse a rischiare uno scontro aperto con l’esercito Usa. Ecco perché Pechino potrebbe davvero tentare di sottomettere Taiwan attraverso un’interruzione del commercio marittimo dell’isola. Un blocco che, di fatto, impedirebbe al Gnl estero di raggiungere la terraferma, lascerebbe il nemico con l’acqua alla gola e privo di garanzie di essere sostenuto da Washington. Gli Stati Uniti interverrebbero quasi sicuramente a sostegno di Taipei in caso di invasione esplicita, mentre potrebbero temporeggiare in altre circostanze.

La Cina potrebbe sottoporre a ispezione le navi dirette a Taiwan con il pretesto di un’azione di polizia o sanitaria. A quel punto la “patata bollente” passerebbe nelle mani di Washington: in caso di una risposta militare statunitense, infatti, Washington (e non Pechino) sarebbe accusata di aver scatenato una guerra.

In caso di blocco cinese, le scorte di Gnl di Taiwan durerebbero meno di due settimane, mentre quelle di carbone circa sette. E ancora: un blocco totale interromperebbe anche la fornitura di beni di prima necessità all’isola. Taiwan non morirebbe di fame, potrebbe sfamarsi per nove mesi, seppur con una dieta sempre più povera dato che circa il 70% del cibo è importato.

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