L’Azerbaijan oggi, il Venezuela domani. La via della diversificazione energetica italiana prende forma e da Baku a Caracas politica e aziende di Stato fanno il massimo per spingere attivamente nella direzione di un crescente protagonismo nazionale nei mercati di approvvigionamento. Due notizie lo confermano. Nel pieno della duplice tenaglia sull’energia europea legata al progressivo distacco dalla Russia e, soprattutto, al blocco dello Stretto di Hormuz nel pieno della tesa tregua tra Usa e Iran la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è recata in Azerbaijan nella giornata di martedì 5 maggio per incontrare il presidente Ilham Alyiev a Baku. La visita, la prima di un capo del governo italiano in 13 anni, ha segnalato un rilancio del rapporto bilaterale sul piano degli investimenti e delle forniture.
L’asse Roma-Baku si consolida
Come ha scritto l’analista di dinamiche energetiche e materie prime Giacomo Prandelli, la partnership Roma-Baku appare sistemica in tempi di chiusura di Hormuz: “l’Unione Europea è il principale acquirente di gas azero”, nota Prandelli, e “nel 2025 Baku ha esportato 25 miliardi di metri cubi di gas in Ue, 7,5 dei quali in Italia”., contribuendo a circa il 16% del fabbisogno nazionale.
Prandelli sottolinea l’importanza del Corridoio Meridionale del Gas, che porta l’oro blu del Mar Caspio tramite la Turchia e il gasdotto Tap in Europa. A nostro avviso, questo corridoio alternativo alle forniture russe si può sommare al progetto geoeconomico e infrastrutturale del Middle Corridor turco nel creare un ecosistema robusto e resiliente complementare, in prospettiva futura, alle rotte passanti dal Golfo. Non si risolverà qui la problematica della dipendenza energetica ma è giusto quanto dice Prandelli: “la mappa della sicurezza energetica europea non si sta ridisegnando a Bruxelles ma a Baku”. L’Azerbaijan, come l’alleata e patrona Turchia, è una nazione che ha evidenti e palesi spigolature, governata da un regime autoritario e in passato uso a spinte espansioniste, come nel Nagorno-Karabakh, ma la relazione dell’Italia con esso è a dir poco inevitabile e strutturale, specie in contesti di ridefinizione degli equilibri energetici globali.
Le mosse di Descalzi a Caracas
Dall’altra parte del mondo, in Sud America, sul fronte del petrolio e del gas Eni fa le sue mosse in Venezuela. Dopo la caduta di Nicolas Maduro, la riforma della presidente ad interim Delcy Rodriguez che apre alle compagnie straniere la possibilità di operare nell’oro nero di Caracas e l’apertura al Cane a sei zampe e alla spagnola Repsol da parte del Dipartimento del Tesoro Usa per tornare a operare nel Paese caraibico in deroga alle sanzioni di Washington, il Ceo di Eni Claudio Descalzi si è recato il 28 aprile nella capitale venezuelana.
Descalzi ha incontrato Rodriguez e i vertici del colosso energetico nazionale Pdvsa, siglando un memorandum per rilanciare la produzione di un giacimento nella Faja dell’Orinoco, Junin-5, potenzialmente in grado di fornire 35 miliardi di barili a pieno regime e aprendo al rilancio del giacimento di gas Perla operato assieme a Repsol che fornisce una quota importante dell’energia elettrica al Venezuela, circa un quarto del totale. A febbraio i primi carichi di petrolio venezuelano sono tornati in Italia dopo che la prima amministrazione Trump aveva stretto sull’embargo nel 2019. Ora Descalzi apre la frontiera degli investimenti futuri e porta l’Italia, assieme a Repsol e alla Spagna, in prima linea, anche con coraggio maggiore dei colossi Usa, nell’esplorare le opportunità della Repubblica Bolivariana. Parola d’ordine: diversificazione. Sia sul gas in Azerbaijan che sul petrolio a Caracas, l’Italia vuole rompere le frontiere della dipendenza cronica che la attanaglia. Tra geopolitica e affari si plasmano nuove convergenze strategiche. La sfida resta quella avviata nel 2022 con l’inizio della diversificazione dal gas russo: non essere vittima della dipendenza di un solo player. Passo dopo passo, Roma prova a concretizzarla.
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