Aramco punta sulle Filippine: un altro tassello nella strategia saudita per dominare l’Asia

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Il 21 febbraio 2025, Saudi Aramco, il colosso petrolifero saudita che da decenni detta legge nei mercati energetici globali, ha annunciato un accordo per acquisire il 25% di Unioil Petroleum Philippines, una delle principali compagnie petrolifere delle Filippine. Non è una notizia che fa tremare i palazzi di Riad o scatena titoli a caratteri cubitali, ma sotto la superficie racconta una storia molto più grande: la lenta, inesorabile espansione di Aramco nel settore downstream asiatico, un’operazione che unisce ambizione economica a un gioco geopolitico di lungo respiro. Ma perché proprio le Filippine? E cosa significa questo per il futuro dell’energia nel Sud-est asiatico?

Le ragioni dell’acquisto: un mercato in crescita e uno sbocco sicuro

Le Filippine non sono il primo paese che viene in mente quando si pensa ai giganti del petrolio, ma i numeri parlano chiaro. Con una popolazione di oltre 115 milioni di abitanti, un’economia in crescita costante (il PIL è aumentato in media del 6% annuo negli ultimi dieci anni, salvo la battuta d’arresto pandemica) e una domanda di carburanti in rapido aumento—spinta da urbanizzazione, trasporti e industrializzazione—il paese rappresenta un’opportunità d’oro per chi vuole piazzare benzina, diesel e kerosene sul mercato. Unioil, con i suoi 165 distributori e quattro terminali di stoccaggio sparsi nell’arcipelago, è un partner perfetto: una rete già pronta, capillare, capace di assorbire i prodotti raffinati di Aramco e trasformarli in profitti tangibili.

Per i sauditi, questo è più di un semplice affare commerciale: è una questione di sopravvivenza strategica. In un mondo dove le rinnovabili guadagnano terreno e il petrolio deve giustificare il suo ruolo, Aramco sta diversificando i suoi mercati di riferimento. L’Asia, con la sua fame insaziabile di energia, è il teatro ideale. Acquistare una quota di Unioil significa garantirsi uno sbocco sicuro per il greggio saudita, riducendo la dipendenza da mercati occidentali sempre più incerti e da un Medio Oriente perennemente instabile. Come ha detto Yasser Mufti, vicepresidente esecutivo di Aramco per Prodotti e Clienti, si tratta di “catturare valore in economie dinamiche”. Tradotto: assicurarsi clienti fedeli mentre il mondo cambia.

Un’espansione downstream che guarda lontano

Questo accordo non è un caso isolato, ma parte di una strategia più ampia. Negli ultimi anni, Aramco ha messo un piede nel settore downstream—la distribuzione e vendita al dettaglio—con mosse calcolate in diversi continenti. Nel 2023 ha comprato il 40% di Gas & Oil Pakistan Ltd, entrando nel mercato pakistano; nello stesso anno ha siglato accordi in Cina per raffinerie e petrolchimica, assicurandosi l’esportazione di 690.000 barili al giorno di greggio verso Pechino. Ha persino rilevato asset in Cile. Ora, le Filippine: un altro tassello nel puzzle globale di Aramco, che punta a trasformare il suo petrolio in prodotti finiti—benzina, lubrificanti, kerosene—da vendere direttamente ai consumatori, bypassando intermediari e massimizzando i margini.

Il focus sull’Asia non è casuale. La regione rappresenta oltre il 60% della domanda globale di petrolio, e le proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia indicano che questa tendenza continuerà per almeno un altro decennio. Le Filippine, in particolare, sono un mercato in ascesa, meno saturo rispetto a giganti come Cina o India, ma con un potenziale enorme. Aramco, che già possiede il marchio Valvoline (acquistato nel 2022 per 2,65 miliardi di dollari), potrebbe presto vedere i suoi loghi campeggiare sui distributori Unioil, sfidando colossi locali come Petron e Shell. È una guerra silenziosa, combattuta a colpi di branding e prezzi competitivi.

La dimensione geopolitica: un gioco tra Cina e Stati Uniti

C’è poi un aspetto che va oltre i bilanci aziendali: la geopolitica. Le Filippine non sono solo un mercato, ma un crocevia strategico nel Sud-est asiatico. Strette tra l’influenza crescente della Cina—con cui condividono dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale—e la storica alleanza con gli Stati Uniti, le Filippine sono un terreno di confronto tra potenze. Aramco, legandosi a Unioil, non si limita a vendere petrolio: si posiziona in un’area sensibile, bilanciando i suoi rapporti con Pechino (dove ha investito pesantemente) e un paese filo-occidentale come Manila.

Per l’Arabia Saudita, questo è un modo per diversificare le sue alleanze. Con gli Stati Uniti che sotto Trump potrebbero tornare a una politica più isolazionista o comunque meno prevedibile, e con la Cina che domina sempre più l’economia asiatica, Riad vuole tenere un piede in entrambi i mondi. Se le tensioni nel Mar Cinese Meridionale dovessero esplodere, o se Washington e Pechino alzassero ulteriormente i toni sul commercio, Aramco avrebbe comunque un canale aperto nelle Filippine, un mercato relativamente neutrale ma cruciale.

Scenari futuri: opportunità e rischi

Cosa può succedere ora? Nel breve termine, l’accordo—che attende ancora il via libera delle autorità regolatorie filippine—potrebbe intensificare la competizione nel mercato locale. Unioil, con il supporto di Aramco, potrebbe spingere su prezzi aggressivi o campagne di marketing per rubare quote a Petron e Shell, a tutto vantaggio dei consumatori filippini. Sul piano internazionale, rafforza la presa saudita sull’Asia, dando a Riad maggior peso nei negoziati OPEC e nelle discussioni sull’energia globale.

Ma i rischi non mancano. Una transizione più rapida verso le rinnovabili—spinta da politiche climatiche o innovazione tecnologica—potrebbe ridurre la domanda di carburanti fossili, rendendo meno redditizi investimenti come questo. Inoltre, la Cina potrebbe non gradire la presenza saudita in un’area che considera parte della sua sfera d’influenza, reagendo con pressioni economiche o diplomatiche. E poi c’è l’incognita politica interna: le Filippine, con un governo spesso imprevedibile, potrebbero complicare la vita a Unioil e al suo nuovo socio saudita.

L’acquisto del 25% di Unioil da parte di Aramco è un’operazione che guarda al presente—un mercato in crescita, una rete da sfruttare—ma soprattutto al futuro. È la mossa di chi sa che il petrolio non sarà re per sempre e cerca di costruirsi un impero downstream prima che il vento cambi. Per le Filippine, è un’opportunità economica con un retrogusto strategico; per l’Arabia Saudita, un altro passo verso la trasformazione da semplice produttore di greggio a potenza globale integrata. Resta da vedere se il gioco pagherà: in un mondo in bilico tra fossile e rinnovabile, ogni scommessa è un azzardo. Ma Aramco, per ora, sembra avere le carte giuste in mano.