L’Opec+ ha rilanciato con forza la campagna di ampliamento dell’offerta petrolifera globale e messo in campo una politica di graduale consolidamento del mercato del greggio volto a stabilizzare, al ribasso, i prezzi. Il 3 agosto il cartello, che unisce i tradizionali membri dell’Opec alla Russia e ad altri produttori esterni al sodalizio, ha deciso di aumentare di quasi 550mila barili al giorno l’offerta, consolidando col secondo aumento di produzione del 2025 l’inversione della scelta del gennaio 2024 che portò tre Paesi, Arabia Saudita, Iraq e Emirati Arabi Uniti, a spingere per un taglio di 2,2 milioni di barili quotidiani al mercato al fine di sostenere al rialzo i prezzi.
Oggi la sfida è di aumentare il livello dell’offerta e mettere a disposizione della domanda globale, alimentata soprattutto dalle richieste di Cina, India e altri Paesi asiatici, una quota crescente di greggio. Ma non finisce qui. L’Opec, capitanata dall’Arabia Saudita, e i Paesi partner, come la Russia, lanciano soprattutto la sfida ai produttori di petrolio da scisti bituminosi e di shale oil statunitensi, così da spingere una guerra dei prezzi capace di mettere fuori mercato gli operatori a stelle e strisce, che necessitano di prezzi stabilmente sopra gli 80-90 dollari al barile per andare in pareggio. Oggi il petrolio veleggia sui 60 dollari al barile, e questo è un costo che sia Mosca che Riad e i partner intendono sostenere con l’obiettivo di rubare quote di mercato a Washington.
“L’Opec ha iniziato ad aprile ad alzare la produzione e vuole rimettere nel mercato i 2 milioni di barili artificialmente tagliati”, nota il Financial Times, “e se dovesse succedere i produttori aumenterebbero la produzione di un valore pari all’intero consumo annuo della Germania, quarta economia globale”. Mentre l’Agenzia internazionale dell’energia nota che le mosse del cartello con sede a Vienna hanno spinto da aprile un calo del 13% dei prezzi degli indici Brent e Wti da aprile, aggiunge che l’effetto potrebbe sentirsi sulla produzione americana, che avrebbe superato il punto di flesso e sarebbe entrata in parabola discendente.
Il Ft analizza che da 13,6 milioni di barili al giorno la produzione Usa potrebbe scendere a 13,1 a dicembre 2026, sulla scorta dei ridotti investimenti e delle minori opportunità di estrazione date dagli alti costi, in un contesto che “vedrebbe l’output calare per la prima volta”, secondo il Ft, “dalla guerra dei prezzi del 2015, con la sola eccezione dell’annus horribilis 2020”, ove imperversò il Covid-19. L’orizzonte di dicembre 2026 vale anche per lo stop ai tagli, dato che un orizzonte di un anno e mezzo appare funzionale a sfruttare i margini per mettere in difficoltà i produttori privati americani e consolidare le tradizionali “capitali” del petrolio.
A suo modo, l’Opec con i partner reagisce in questo modo alle incertezze create dalla guerra commerciale globale americana, sostiene quei Paesi che dipendono dal commercio e dall’apertura di mercato e compie un’operazione strategica per consolidare dentro il cartello le redini del mercato globale. Un petrolio meno costoso, inoltre, su scala globale può aiutare a consolidare il soft power degli Stati non occidentali nei Paesi in via di sviluppo e ad agire in controtendenza coi dazi dell’amministrazione Trump.
A loro modo, senza dirlo, Arabia Saudita e Russia si premuniscono anche contro il possibile ingresso di nuovi attori nel mercato, e qui un riferimento è ovviamente all’Iran la cui produzione è bloccata di fatto dalle sanzioni internazionali. La “guerra economica” conosce sempre nuove frontiere e anche sulle risorse si combatte una battaglia importante. Riad e Mosca sono pronte a sostenere sul breve periodo costi e meno introiti per rimanere le “regine” del greggio. La scommessa è ardita ma con un senso di razionalità. E ricorda agli Usa che è difficile pensare che sia solo Washington a dare le carte nel mondo.
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