Il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman non ha nascosto la sua crescente impazienza verso Washington. Dopo anni di negoziati senza esito su un accordo nucleare civile, bloccati dall’ostinazione americana a negare a Riad il diritto all’arricchimento dell’uranio, la leadership saudita ha iniziato a guardare altrove. La telefonata del 13 agosto 2025 con il presidente sudcoreano Lee Jae-myung segna una svolta: per la prima volta i due hanno discusso apertamente di collaborazione nucleare, inserendo Seul nel ristretto gruppo dei partner alternativi a Stati Uniti, Francia, Russia e Cina.
L’attrattiva della tecnologia sudcoreana
La scelta non è casuale. La Corea del Sud ha dimostrato con il progetto di Barakah, negli Emirati, di saper costruire reattori avanzati a costi competitivi e senza ritardi. Per Riyadh, che sogna 16-20 reattori entro il 2040, questo è un biglietto da visita irresistibile. L’interesse saudita si concentra su due fronti: i grandi reattori APR1400, già in lizza per i primi due impianti del Regno, e i reattori modulari di piccola scala SMART, ideali per la desalinizzazione e l’approvvigionamento energetico nelle zone più aride. In entrambi i casi, l’obiettivo è anche il trasferimento di tecnologia: formare ingegneri sauditi, avviare una produzione locale di componenti, fare della filiera nucleare un pezzo del mosaico “Vision 2030”.
L’ostacolo dell’arricchimento
Qui però emerge il nodo politico. MBS vuole il diritto a trattare in proprio l’uranio, rivendicando le riserve nazionali e l’esigenza di non restare dipendente da fornitori esteri. Ma Seul, legata anch’essa a un accordo restrittivo con Washington, procede con cautela. Il presidente Lee ha parlato solo di “usi pacifici dell’energia atomica”, evitando di aprire spiragli sull’arricchimento. La Corea del Sud non vuole incrinare i rapporti con gli Stati Uniti, da cui dipende anche in chiave di deterrenza contro la minaccia nordcoreana. Al tempo stesso, la prospettiva di accaparrarsi un contratto miliardario in Arabia Saudita spinge le aziende coreane a cercare margini di manovra.
I protagonisti industriali
Sul tavolo ci sono grandi nomi: KEPCO, già protagonista a Barakah; KHNP, specializzata nella gestione e nell’operatività; Doosan Enerbility per le turbine; Hanwha per i componenti. Sul fronte saudita, è la K.A.CARE a guidare il dossier, mentre la Saudi Electricity Company si prepara a integrare i futuri impianti nella rete nazionale. Non si tratta solo di energia: gli accordi coinvolgono anche idrogeno, intelligenza artificiale, smart cities e automotive. Nel 2022 MBS a Seul firmò intese da 30 miliardi, e nel 2025 il dialogo si è allargato a mobilità, difesa e biotecnologie. Il nucleare è dunque la punta dell’iceberg di un partenariato sempre più strategico.
Geopolitica e sicurezza
Dietro le cifre c’è però la partita geopolitica. L’Arabia Saudita vuole ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, senza rompere ma rafforzando la propria autonomia. È già in affari con la Cina per l’energia e con la Russia per il petrolio, ma l’opzione sudcoreana ha un valore simbolico: legarsi a un Paese che è alleato degli americani, ma anche capace di muoversi con pragmatismo. Per Seul, invece, l’occasione è duplice: rafforzare la propria industria nucleare, e allo stesso tempo affermarsi come attore globale in Medio Oriente, regione dove gli equilibri sono sempre più fragili.
I rischi di proliferazione
Resta il timore che la rincorsa saudita all’atomo alimenti una corsa regionale al nucleare. Riyadh ha più volte lasciato intendere che non accetterà un Iran con capacità nucleari senza bilanciare la propria posizione. La richiesta di arricchimento interno, respinta dagli Stati Uniti, resta il vero banco di prova: senza concessioni su questo punto, difficilmente MBS si accontenterà di un semplice contratto di fornitura. E per questo la Corea del Sud si trova su un crinale pericoloso, tra l’opportunità commerciale e la responsabilità di non aprire un nuovo fronte di instabilità.
L’equilibrio del futuro
L’accordo con Seul non è ancora scritto, ma il solo fatto che Riyadh lo consideri seriamente indica quanto siano cambiate le coordinate del Medio Oriente. La “guerra economica” globale, che si gioca sulla tecnologia e sull’energia, passa anche da qui: dai reattori di nuova generazione alle clausole sugli arricchimenti, dalle ambizioni saudite di diversificazione ai calcoli sudcoreani tra profitto e alleanze. In mezzo, gli Stati Uniti, costretti a scegliere se accettare compromessi o lasciare spazio ai nuovi attori. Perché la partita del nucleare saudita non riguarda solo l’energia, ma i futuri equilibri del potere globale.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

