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Abbiamo raccontato ieri delle esplosioni nelle raffinerie di Ploiesti, in Romania, e Szazhalombatta, in Ungheria, che hanno una caratteristica comune: sono collegate al petrolio russo. La prima perché di proprietà dell’azienda privata russa Lukoil: la seconda perché alimentata dal petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba. Non abbiamo fatto quasi in tempo a pubblicare l’articolo che, nella notte, c’è stata una terza esplosione: in Slovacchia, a Bratislava, in una raffineria della stessa compagnia ungherese (la MOL) colpita a Szazhalombatta, anche questa alimentata dl petrolio russo del Druzhba.

Che straordinaria combinazione! Ma non basta. Tutto questo è avvenuto proprio mentre Donald Trump annunciava sanzioni contro le compagnie petrolifere russe Rosneft e Lukoil. L’intento ufficiale di Trump è di premere sulla Russia per convincerla ad accettare un cessate il fuoco in Ucraina prima dell’inizio di un negoziato. Se ciò avvenisse, la tregua si stabilizzerebbe sulla linea del cessate il fuoco, che è quanto appunto auspicano i Paesi Ue e l’Ucraina stessa, come già spiegato in queste pagine. Cosa che la Russia non vuole accettare, perché mai come ora è stata vicina a occupare il resto della regione di Donetsk, cosa che le permetterebbe di realizzare l’obiettivo tanto spesso dichiarato: annettere l’intero Donbass. Ed è quindi probabile che queste sanzioni ottengano di accelerare le operazioni militari russe, invece che rallentarle.

Il vero intento delle sanzioni Usa

Ma il punto non è questo. Come spiega bene Andrea Muratore in un altro articolo, il vero intento delle sanzioni contro il petrolio russo è produrre un vantaggio economico per il petrolio Usa. E infatti subito dopo l’annuncio di Trump il prezzo del Brent è salito del 4%. Quel che più interessa noi, però, è che la strategia americana prevede la “punizione” per l’Europa, almeno per quella che non è di stretta affiliazione filo-Usa. Per molti anni gli Usa ci hanno fatto capire quanto fossero ostili al Nord Stream e ancor più al Nord Stream 2 che, attingendo alle riserve russe e trasferendole in Europa passando sotto il Mar Baltico, cioè sottraendole alle influenze dei Paesi di transito fedeli a Washington come i Baltici, la Polonia e l’Ucraina, di fatto regalavano all’Europa un’autonomia energetica senza pari. A questo è servito far saltare il Nord Stream, con un’operazione cui hanno partecipato, in un modo o nell’altro, i grandi beneficiari del ridisegno energetico europeo: i Paesi del Nord (Norvegia, Danimarca, Svezia), la Polonia, l’Ucraina, il Regno Unito e ovviamente gli Usa. Emblematico il famoso tweet di Radoslaw Sikorski, ministro degli Esteri polacco: “Grazie Usa!”.

Il giro di vite dell’attentato al Nord Stream ha cambiato tutto, suggellando il vassallaggio europeo. Oggi paghiamo l’energia 3,5 volte più di quanto la paghino consumatori e aziende Usa, con le conseguenze che è facile immaginare a livello di concorrenza e di export. Ora si tratta solo di finire il lavoro. Le esplosioni nelle tre raffinerie di cui sopra (due in Ungheria e Slovacchia, i Paesi per definizione “ribelli” nella Ue, e una in Romania, Paese che ha dovuto taroccare le elezioni presidenziali per soffocare il dissenso), oltre ai bombardamenti ucraini sul tratto dell’oleodotto Druzhba che porta verso l’Ungheria e la Repubblica slovacca (ma non sul tratto del Druzhba che porta in Polonia), parlano chiaro. E spiegano ancora una volta che la “guerra” degli Usa contro la Russia è il cavallo di Troia per una “guerra” contro l’Europa e la sua autonomia economica, quindi anche politica. Il risultato? La Von der Leyen che va supplice a trattare sui dazi nel golf club di Trump in Scozia. E che, ovviamente, non ottiene nulla.

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