L’industria petrolifera continua a prosperare, nonostante le retoriche politiche e i tentativi di spinta verso un futuro energetico “verde”. ExxonMobil, uno dei giganti del settore, ha chiuso il 2024 con un utile netto di oltre 33 miliardi di dollari, una cifra in calo rispetto all’anno precedente ma comunque sufficiente a renderlo uno dei tre migliori anni della compagnia nell’ultimo decennio. A trainare i profitti sono state due aree strategiche: il bacino del Permiano, negli Stati Uniti, e la Guyana, un Paese che sta rapidamente emergendo come nuovo protagonista del mercato petrolifero globale.
La Guyana, in particolare, è la nuova El Dorado dell’energia fossile. Il Paese sudamericano, con una popolazione di meno di un milione di abitanti, si è ritrovato improvvisamente al centro di una corsa all’oro nero. ExxonMobil e i suoi partner stanno sfruttando giacimenti che, entro la fine del decennio, potrebbero trasformare il piccolo Stato in uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo. La scoperta e lo sfruttamento di queste risorse non sono solo una questione economica, ma una leva geopolitica di prim’ordine.
Le grandi potenze guardano alla Guyana con interesse. Gli Stati Uniti hanno investito pesantemente nel paese per evitare che la Cina, con la sua politica di prestiti e infrastrutture, prenda piede in un settore tanto strategico. ExxonMobil è il braccio operativo di questa strategia: le sue operazioni garantiscono non solo profitti, ma anche un’influenza diretta su un’area in cui Washington non vuole perdere il controllo. Il Venezuela, nel frattempo, rivendica una parte del territorio guyanese ricco di risorse, minacciando apertamente di ricorrere alla forza. Il rischio che una disputa territoriale si trasformi in un nuovo punto di crisi regionale è concreto.
Dividendi da record
Dall’altra parte dell’Atlantico, il bacino del Permiano conferma il ruolo insostituibile del petrolio statunitense. Il settore shale, che per anni è stato considerato a rischio per i costi elevati e l’instabilità del mercato, si dimostra ancora una volta resiliente. Nonostante le fluttuazioni del prezzo del greggio, la produzione resta ai massimi storici e il gas naturale esportato dagli USA ha ridisegnato gli equilibri energetici europei, soprattutto dopo l’interruzione delle forniture russe.
Il quadro generale mostra una realtà innegabile: l’industria fossile è tutt’altro che in declino. Gli investimenti nelle rinnovabili crescono, ma il petrolio e il gas continuano a dominare l’economia globale. La transizione energetica, al netto della propaganda, resta un processo lungo e complesso, e le grandi compagnie petrolifere lo sanno bene. ExxonMobil, con la sua strategia di espansione nei nuovi giacimenti e una politica di dividendi record, dimostra che il mercato dell’energia è ancora saldamente nelle mani di chi estrae idrocarburi, non di chi produce turbine eoliche.
Le dinamiche globali non fanno altro che confermare questa tendenza. Il conflitto in Ucraina ha accelerato la domanda di gas naturale liquefatto, i paesi emergenti continuano a costruire infrastrutture basate sui combustibili fossili, e le crisi geopolitiche rendono il petrolio una risorsa ancora più strategica. Le politiche climatiche imposte dalle grandi potenze restano, per ora, più un esercizio di immagine che una reale minaccia all’industria petrolifera.
L’equazione è semplice: chi controlla il petrolio, controlla ancora gran parte del potere economico globale. E le grandi compagnie lo sanno benissimo.