Mosca e Teheran: come la crisi iraniana riscrive energia, sanzioni e potere nel cuore dell’Eurasia

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La relazione tra Russia e Iran viene spesso descritta come un asse ideologico anti-occidentale. In realtà, è più corretto leggerla come una partnership adattiva, costruita sull’isolamento internazionale, sulla pressione delle sanzioni e su una convergenza eminentemente transazionale. Mosca e Teheran non condividono una visione del mondo, ma un problema strutturale: la difficoltà di sopravvivere dentro un ordine economico e finanziario dominato dall’Occidente. Questa convergenza si è rafforzata dopo il 2022, quando l’invasione dell’Ucraina ha trasformato la Russia in uno Stato sanzionato su larga scala. L’Iran, forte di quarant’anni di sopravvivenza sotto embargo, è apparso al Cremlino come un manuale vivente di resilienza autoritaria.

Petrolio e sanzioni: il nodo asiatico

Il cuore materiale del rapporto è l’energia. Nel 2025 la Cina ha importato dall’Iran in media 1,38 milioni di barili al giorno, arrivando a punte di 1,8 milioni. Si tratta di oltre l’80% dell’export petrolifero iraniano, ottenuto aggirando l’embargo attraverso complesse operazioni ship-to-ship. Questo greggio, venduto a sconto di 7–8 dollari al barile, rappresenta circa il 13–14% delle importazioni totali cinesi. Se il regime iraniano dovesse collassare, Pechino perderebbe una delle sue principali fonti di energia a basso costo. È qui che entra in gioco Vladimir Putin. La Russia esporta già verso la Cina tra 2,2 e 2,4 milioni di barili al giorno e vende il suo Ural con sconti fino al 35%. Un vuoto iraniano sarebbe un’occasione storica per Mosca: sostituire Teheran, aumentare la dipendenza energetica cinese e rafforzare la propria leva geopolitica sull’Asia.

Cina prudente, Russia opportunista

La cautela cinese di fronte alle proteste iraniane non è ideologica, ma strategica. Pechino difende il principio di sovranità perché teme l’instabilità delle proprie catene di approvvigionamento. Tuttavia, la sua prudenza apre spazi a Mosca, che vede nella crisi di Teheran una possibilità di riscrivere la geopolitica asiatica a proprio vantaggio. La Cina ha cercato di evitare l’errore europeo della dipendenza energetica unilaterale. Ma la combinazione tra sanzioni americane e crisi iraniana rischia di ridurre drasticamente le alternative. In questo scenario, la Russia diventa un alleato scomodo ma necessario.

Droni, guerra e parassitismo strategico

La dimensione militare chiarisce la natura asimmetrica del rapporto. Dopo il 2022, una Russia industrialmente sotto stress ha drenato risorse tecnologiche iraniane: migliaia di droni Shahed, missili e componenti sono stati scambiati con promesse di cooperazione nucleare e forniture militari spesso rimaste sulla carta. L’Iran non è stato un alleato paritario, ma un fornitore sacrificabile. Mosca ha utilizzato Teheran come hub logistico per l’elusione delle sanzioni e come serbatoio tecnologico a basso costo. In cambio, ha offerto un’illusoria protezione autoritaria, fondata sul veto all’ONU e su una presenza militare che oggi mostra tutti i suoi limiti.

Il mito imperiale russo e i mari caldi

Per comprendere questa dinamica bisogna guardare alla lunga durata. Dalla Novorossiya di Caterina II al “Progetto Greco”, la geopolitica russa è ossessionata dall’accesso ai mari caldi. Putin ha ereditato questo impulso, ma lo ha declinato in modo neo-sovietico e impoverito: non più colonizzazione e commercio, bensì estrattivismo geopolitico. Siria, Libia, Sahel e Iran sono stati trattati come batterie energetiche e logistiche. Il caso iraniano è il più emblematico: una sovranità cannibalizzata, consumata per alimentare la resilienza di una Russia incapace di produrre potenza economica autonoma.

Il default dell’ombrello russo

Il collasso dell’asse Mosca-Teheran non avviene per scelta politica, ma per esaurimento strutturale. L’episodio del sottomarino Novorossiysk, bloccato nel Mediterraneo nel 2025 e respinto dai porti per timore di sanzioni, è l’immagine plastica dell’impotenza russa. Mosca non è più in grado di garantire sicurezza nemmeno a sé stessa, figuriamoci ai propri proxy. Per Teheran questo significa affrontare una crisi interna senza più l’ombrello promesso. L’iperinflazione, l’erosione del consenso e l’irrilevanza crescente dei proxy regionali segnano il fallimento di una strategia fondata sull’illusione di una protezione imperiale.

Scenari: tra decompressione e collasso

Nel best case, la partnership russo-iraniana si riduce a cooperazione funzionale limitata. Un Iran reintegrato gradualmente nei mercati globali tornerebbe a essere un fornitore energetico cruciale, riducendo il potere ricattatorio russo e riequilibrando l’Asia. Nel worst case, l’inasprimento del confronto con Stati Uniti e UE spinge Mosca e Teheran verso una convergenza più profonda e destabilizzante, con trasferimenti militari avanzati e aumento del rischio regionale. Ma è uno scenario costoso e, alla lunga, insostenibile per entrambi. La crisi iraniana del 2026 rivela una verità scomoda: la Russia di Putin è stata forte solo grazie a ciò che ha sottratto agli altri. L’asse Mosca-Teheran non era un blocco revisionista solido, ma un rapporto predatorio, in cui predatore e preda finiscono per morire insieme. Per l’Occidente, la sfida non è temere il vuoto, ma evitare di sovrastimare la coesione di alleanze nate dalla debolezza. Un Iran liberato dalla dipendenza parassitaria russa potrebbe tornare alla sua vocazione storica: stabilità interna, commercio e autonomia strategica. Comprendere questa dinamica è essenziale per non cadere, ancora una volta, nella trappola di una sovranità cannibalizzata.