Avete presente quando si era soliti dire che da una certa vicenda si potrebbe trarre ispirazione per un film? Indubbiamente, la storia di Ovidio Marras, pastore sardo di Teulada (Sud Sardegna), risponderebbe perfettamente a questo paradigma. Quella di un uomo che difese, praticamente solo contro tutti, la sua casa e la sua terra nei pressi di Capo Malfatano contro i progetti di alcuni colossi dell’immobiliare, non soltanto rifiutando offerte sempre più importanti (stando ad alcune fonti si sarebbe arrivati a oltre dieci milioni di euro), ma imbastendo una lunga battaglia legale, che lo vide infine vincitore.
Classe 1930, Marras trascorse l’intera vita – è mancato a 93 anni nel gennaio dello scorso anno – nel Sulcis, dove lavorò da sempre come allevatore. Un’esistenza apparentemente anonima e lontana dalle luci delle ribalta, fino agli inizi del nuovo millennio quando un importante gruppo immobiliare varò un progetto che contemplava l’edificazione di un resort di lusso tra Tuerredda e Capo Malfatano, alcune delle località costiere più belle (e intatte) dell’isola.
La realizzazione del progetto non poteva prescindere dall’acquisto della proprietà di Marras, al quale i costruttori fecero proposte di acquisto sempre più importanti, che l’allevatore rimandò sempre al mittente, replicando con una frase che divenne il simbolo della sua resistenza, umana e ambientale: “I soldi volano, ma la terra resta”.
Nel tentativo di convincere Marras a cedere gli immobiliaristi – una scena ripresa nel film – decisero a un certo punto di deviare il sentiero che l’uomo utilizzava da sempre per condurre le sue mucche al pascolo sul vicino arenile, e fu a quel punto che l’allevatore decise di ricorrere alle vie legali. Sostenuto dall’associazione ambientalista Italia Nostra, arrivò fino in Cassazione, che nel 2016 ordinò la demolizione delle opere giudicate abusive. Il fallimento della società interessata, dichiarato dal Tribunale di Cagliari nel 2018, mise la parola fine al progetto immobiliare.
Marras, celebrato dagli organi di informazione come un novello Davide contro Golia aveva vinto la sua battaglia, e il suo personaggio è magnificamente ripreso dall’Efisio Marras protagonista del film La vita va così, interpretato da un vero pastore, l’ottantaquattrenne Giuseppe Ignazio Loi, che in tutto il film si esprime esclusivamente in sardo, dando più volte prove di quella saggezza, patrimonio degli uomini di lunga esperienza, che sembra fare difetto non solo agli speculatori, ma ai suoi stessi compaesani, che nella pellicola ingaggiano quella che lo stesso Efisio chiama (a ragione) una “guerra tra poveri”, fomentata da personaggi che distruggono il territorio, rinnegando le tradizioni, e che una volta conseguiti i loro obiettivi, se ne tornano a casa lasciandosi dietro i risultati (spesso disastrosi) delle loro azioni.
Chi scrive parla anzitutto da sardo, innamorato della propria terra, il che non toglie che la rappresentazione fatta dalla pellicola è il caso paradigmatico di tanti (e tristissimi) esempi di speculazione che hanno funestato il territorio, spesso nell’illusione di creare lavoro e sviluppo. Basterebbe volgere lo sguardo ai decenni passati per comprendere come in tanti casi si sia trattato di narrazioni fiabesche, con l’aggravante che chi si opponeva si sia spesso sentito rivolgere l’accusa – fatta non a caso anche al protagonista del film dai suoi stessi compaesani o familiari – di essere contro il progresso.
Si tratta di uno degli inganni più atroci rivolti ai cittadini, che magari in buona fede accolgono soluzioni calate dall’alto, spesso mosse da intenti esclusivamente speculativi. In questo, come in tanti altri casi, non c’entra nulla la presunta ritrosia al progresso e all’innovazione, rispetto ai quali, al contrario, la nostra gente ha sempre dimostrato di essere tutt’altro che refrattaria, ma di respingere al mittente progetti che ammantano di fini nobili quelle che l’Efisio del film (e l’Ovidio del mondo reale) chiamano col loro nome: la difesa delle nostre radici contro la speculazione, che in tanti (troppi) casi, lungi dal portare lavoro e benessere, si sono rivelati forieri di veri e propri scempi ambientali. Dinamiche che nel Sulcis dovrebbero essere fin troppo note.
Non sta a chi scrive, ma ai critici cinematografici, individuare punti di forza o debolezza del film. Mi sia però consentito di dire che gli insegnamenti che se ne possono trarre sono assai più preziosi di ogni eventuale difetto che si potesse (o dovesse) rilevare. E il successo di pubblico credo che valga infinitamente di più di ogni altra cosa.
Come vale moltissimo la vicenda di un uomo, ripresa anche dalla stampa internazionale, che testimonia come ciascuno può fare la propria parte. La migliore replica possibile contro la classica obiezione incarnata dalla frase: “E io che ci posso fare”.
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