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Economy

Francia, vendemmia ai minimi da 70 anni. Italia in calo del 7% ma sempre leader mondiale

Siccità e ondate di calore riducono le rese, mentre la contrazione volontaria di vigneti e produzione cerca di contenere le scorte invendute e di proteggere i prezzi

La produzione di vino in Francia è in piena crisi. La vendemmia 2026 è stata stimata in circa 35 milioni di ettolitri, il livello più basso dal 1957, un dato che conferma la difficoltà strutturale di uno dei settori-simbolo dell’economia francese.

Anche l’Italia, leader mondiale del settore, riduce la produzione: per il 2026 sono attesi 41,1 milioni di ettolitri, il 7,22% in meno rispetto al 2025.

A pesare sono soprattutto due fattori: un clima sempre più estremo, con siccità e ondate di calore che riducono resa e qualità dell’uva, e la contrazione delle superfici vitate, dovuta anche a precise manovre politico-economiche.

Francia sotto i minimi storici

Secondo le stime del ministero francese dell’Agricoltura, la produzione vitivinicola 2026 raggiungerà quasi 35 milioni di ettolitri, un calo del 2% rispetto al 2025 e del 14% rispetto alla media 2021-2024. Le prime previsioni di settembre sembravano ancora più severe, con meno di 34 milioni di ettolitri e un calo del 6% sull’annata precedente. La revisione di ottobre riflette rese migliori in alcune aree, ma non cambia il quadro generale.

Il confronto storico è drammatico: nel 1957 la Francia produsse 32,5 milioni di ettolitri, e il dato del 2024 era già stato indicato dall’OIV come il più basso da quell’anno. Il 2026 rischia quindi di consolidare una tendenza di lungo periodo, non di registrare una singola annata sfavorevole.

Caldo, siccità e meno vigneti

A pesare sul calo della produzione è soprattutto il clima. La lunga e torrida estate, segnata da temperature record e siccità, ha ridotto notevolmente le rese, con acini più piccoli, bruciature e appassimenti. Le vendemmie sono partite con tre settimane di anticipo, tra le più precoci mai registrate in Francia.

Oltre al clima sempre più ostile, a incidere è anche il calo delle superfici vitate. Secondo Le Figaro, la vigna francese si è ridotta dell’1,9% in un anno, scendendo a 740.000 ettari, anche per effetto delle politiche di estirpazione sostenute dal governo per andare incontro al calo dei consumi. Il settore si trova così schiacciato tra emergenza climatica e riduzione deliberata dell’offerta.

L’Italia taglia, ma resta prima

Anche l’Italia è colpita dalla stessa pressione. La Commissione europea stima per il 2026 una produzione di vino e mosti pari a 41,1 milioni di ettolitri, con un calo di circa 3,2 milioni di ettolitri rispetto ai 44,3 milioni del 2025.

La riduzione dipende sì dalla siccità, ma anche da una scelta consapevole: molte cantine, come il Consorzio del Brunello di Montalcino, hanno ridotto volontariamente le rese per contenere le giacenze e puntare sulla qualità. Il presidente dell’Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, ha parlato della necessità di trovare un nuovo equilibrio tra quantità e qualità in un mercato con scorte elevate. Basti pensare al fatto che a luglio, tra vini e mosti, le cantine italiane contenevano 45,6 milioni di ettolitri di giacenza, scorte superiori al raccolto atteso. Il calo produttivo italiano non equivale quindi automaticamente a una crisi produttiva, ma pare più una correzione di mercato.

Una crisi europea

La Francia resta il caso più preoccupante, perché combina la crisi climatica che colpisce la vendemmia con una contrazione strutturale dei consumi e delle superfici vitate. L’Italia è ancora al primo posto nel mondo, e produce molto più della Francia, eppure affronta lo stesso problema di fondo: mercati in rallentamento, scorte pesanti e necessità di difendere il valore del prodotto.

Anche la Spagna, terzo produttore mondiale, subisce un’importante flessione. La vendemmia 2025/26 è stata chiusa a 33,1 milioni di ettolitri, in calo del 10,1%, mentre la prossima è stimata intorno a 34,5.

Per Parigi, la sfida è evitare il crollo di un pilastro economico e identitario, mentre tutta l’Europa deve fare i conti con l’idea che produrre meno potrebbe non essere una sconfitta, ma l’unica condizione per restare sul mercato.

Fonti

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