Una gioia per i turisti impegnati ad acquistare nei grandi magazzini. Un problema enorme per la Bank of Japan (BoJ) che teme il ritorno di tempi duri. In Giappone tiene banco il saliscendi dello yen, la valuta nazionale che nei giorni scorsi ha toccato il livello più basso dal 1986 arrivando a un cambio di 162 per dollaro. Dall’inizio dell’anno, spiega la società di intermediazione Tullett Prebon, ha addirittura perso circa il 3,5% nei confronti del biglietto verde, registrando un calo complessivo di oltre l’11% nell’ultimo triennio.
Se i viaggiatori sono ben felici di approfittare di questa situazione, visto che, per esempio, possono portarsi a casa un orologio Seiko al corrispettivo di poco meno di 750 dollari contro i quasi mille che dovrebbero spenderne in patria, gli operatori del mercato valutario sono terrorizzati all’idea che le autorità nipponiche possano lanciare una nuova ondata di acquisti dello yen per sostenere la valuta. Il Wall Street Journal ha citato un dato emblematico: da gennaio 2026 a oggi Tokyo ha già bruciato oltre 70 miliardi di dollari di riserve valutarie per sostenere lo yen.
Cosa succede allo yen
Il ministro delle finanze giapponese, Satsuki Katayama, ha spiegato che in caso di necessità il dicastero da lui guidato e la banca centrale “adotteranno le misure appropriate sulle valute in qualsiasi momento”. Nelle recenti discussioni avute con il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, aveva anticipato l’eventualità di fare tutto il possibile per arrestare il deprezzamento dello yen.
Ma che cosa sta succedendo in Giappone? Ci sono vari fattori che stanno contribuendo ad affossare la valuta nazionale. Due sono i principali: l’ansia degli investitori nei confronti dei piani fiscali che adotterà la prima ministra Sanae Takaichi, unita alla preoccupazione che la BoJ stia procedendo troppo lentamente all’aumento dei tassi di interesse. Non solo: lo yen, come in realtà altre valute, si trova sotto pressione a causa del dollaro in forte rialzo che sta beneficiando della guerra in Iran e dei segnali restrittivi sui tassi d’interesse da parte del nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh.
Dal canto suo, Miss Takaichi è favorevole a uno yen debole, dal momento che una situazione del genere stimola le esportazioni e gli utili aziendali che le multinazionali giapponesi realizzano all’estero. C’è però da considerare un aspetto non da poco: il deprezzamento della valuta sta spingendo al rialzo l’inflazione e mettendo a dura prova i bilanci familiari in un Paese che è uscito solo di recente da 30 anni di prezzi stagnanti o in calo.
Un problema per l’economia del Giappone?
Lo scorso16 giugno la BoJ ha alzato il suo tasso di riferimento all’1%, il livello più alto dagli anni ’90. Attenzione però, perché questo tasso di interesse rimane considerevolmente inferiore rispetto a quello della Fed, che a giugno ha mantenuto il proprio tasso invariato tra il 3,5% e il 3,75%.
E quindi? Un simile divario sta spingendo i capitali verso gli Stati Uniti e lontano dal Giappone perché gli investitori sono perennemente alla ricerca di rendimenti migliori. Dal punto di vista del governo nipponico, un crollo incontrollato dello yen combinato con un’inflazione persistente potrebbe innescare una pericolosa crisi economica.
Una valuta nazionale più debole, come detto, rende inoltre più costosi i beni importati: un altro nodo spinoso per un Paese che importa gran parte del suo fabbisogno alimentare ed energetico (il 95% del petrolio transita dal Medio Oriente travolto dalle tensioni). In un contesto del genere, le aziende giapponesi sono costrette a vendere ingenti quantità di yen per acquistare greggio, svalutando così ancora di più la valuta e facendo aumentare il costo della vita nel Paese.
La BoJ ha le mani quasi bloccate per via dell’elevato debito del Giappone (circa il 248% del pil): aumentare i tassi di interesse per contrastare la svalutazione dello yen rischierebbe infatti di compromettere la leggera ripresa economica nazionale e, soprattutto, di minacciare la capacità del governo di finanziare il proprio debito.
Tokyo ha però iniziato a vendere titoli del Tesoro statunitensi (dei quali il Giappone rimane il maggiore detentore estero) allarmando Washington (un’azione del genere spinge al rialzo i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi e complica i costi di indebitamento degli Usa).
Il governo Takaichi ha anche annunciato l’intenzione di incentivare i fondi pensione, compreso il Government Pension Investment Fund (Gpif), il più grande al mondo nel suo settore, ad aumentare in modo significativo gli investimenti in attività finanziarie nazionali. Un lieve sollievo per lo yen. Ma non una soluzione definitiva a un rebus complicatissimo da risolvere.