L’oggetto del contendere tra Cina e Stati Uniti non è, o meglio non è solo, il surplus commerciale manifatturiero di Pechino. La sfida diretta tra le due superpotenze globali, che ha portato alla guerra dei dazi e a tensioni politiche sempre più aspre sulla “Nuova Via della Seta”, è in primo luogo una partita per il dominio delle nuove tecnologie e delle future reti infrastrutturali che da esse dipenderanno. Il caso Huawei ha segnalato quanto questo nervo scoperto fosse determinante per i nuovi equilibri tra Cina e Stati Uniti.

Pechino è in vantaggio nella corsa al 5G e Washington teme che questo possa pregiudicare il paradigma strategico che vede il big tech come una proiezione diretta degli apparati politici, securitari e di intelligence a stelle e strisce. Una rete globale, insomma, ma con i piedi saldamente ancorati nel territorio statunitense. “La Huawei si muove su un terreno di diretto interesse politico e militare, avendo accesso ai nodi delle comunicazioni attraverso la fornitura di parti della componentistica (per l’Italia la questione riguarda la rete Sparkle che serve la Telekom) il che ovviamente significa la possibilità di tenere sotto controllo le comunicazioni sia istituzionali che private di ben più di mezzo mondo”, ha sottolineato Aldo Giannuli sul suo blog. “E, infatti, la Huawei lavora a stretto contatto sia con l’Armata Popolare di Liberazione cinese sia con i vari organismi di intelligence del paese”.

Ma la guerra degli Usa all’espansione di Huawei non ha sortito finora gli effetti sperati. E un nuovo duro colpo è stato recentemente inflitto alla strategia Usa dal Presidente russo Vladimir Putin, terzo incomodo nella sfida globale per la leadership tecnologica, che per Mosca immagina un ruolo non di egemone globale ma, perlomeno, di attore indipendente capace di difendere i propri sistemi informativi e tecnologici. Rispetto alle sanzioni americane, sottolinea Il Sole 24 Ore “a Huawei i russi hanno riservato un’ accoglienza diversa: l’ accordo con l’operatore di telefonia mobile MTS, basato sullo sviluppo di reti 5G in alcune zone pilota in Russia, è uno dei numerosi documenti (un “bottino” totale di 20 miliardi di dollari) siglati durante la visita del presidente cinese Xi Jinping” al recente vertice economico di San Pietroburgo.

Un vertice in cui Putin ha definitivamente saldato l’asse con Pechino, attaccando a testa bassa gli Usa sul commercio, sullo strapotere del dollaro e sulla tecnologia, che a suo dire Washington ha portato su un vero e proprio sentiero di guerra. Il Putin felpato e dosato nelle dichiarazioni che siamo abituati a conoscere parla nella sua città natale con una durezza inusitata: “Gli Usa – ha tuonato  – vogliono solo diffondere la loro autorità sul mondo intero” e per questo hanno imboccato “un sentiero che porta a conflitti senza fine e guerre commerciali, e forse non solo commerciali”. Nel campo della corsa all’egemonia tecnologica globale, la Cina può fornire investimenti a pioggia in 5G e intelligenza artificiale, mentre la Russia può rafforzare l’operatività della cyberwarfare di Pechino, già notevolmente sviluppata, e consolidare il suo internet nazionale RuNet. Sul fronte opposto, gli Usa chiedono alla Nato di migliorare la capacità di lotta cyber e di opporsi allo “sharp power” russo-cinese. La “guerra tecnologica”, probabilmente, è già realtà. E il campo di battaglia, dalla lotta per la costruzione delle reti 5G alla sfida dell’intelligence, sarà globale.