Lo scandalo Wirecard sta travolgendo quella che fino a poche settimane fa era considerata una delle più promettenti aziende tecnologiche tedesche. L’istituto di moneta elettronica con sede ad Aschheim, vicino a Monaco, uno dei pochi ad essere autorizzato ad emettere carte prepagate all’interno dell’Unione europea, ha ammesso che un valore pari a 1,9 miliardi di euro in fondi fiduciari depositati in due banche delle Filippine, riportati nero su bianco nel consuntivo 2019, non è mai realmente esistito, l’ad Markus Brown si è dimesso ed è stato raggiunto da un mandato di arresto e in sei giorni, dal 18 al 24 giugno, il valore delle azioni è sceso da 100 a 12 euro l’una.

Lo scandalo Wirecard ci ricorda un’importante problematica legata alla graduale diffusione della finanza digitale e dei prodotti e dei sistemi di pagamento ad essi associati, da molti propugnata fianco a fianco alla richiesta di graduale espulsione del denaro contante dalle transazioni di pagamento.

La stragrande maggioranza dell’attività finanziaria, è risaputo, avviene in via telematica e anche i conti corrente, le attività possedute da cittadini e imprese, i saldi per pagare debiti o mutui non sono altro che una lunga sequela di 0 e 1 registrati nei sistemi informativi delle banche e delle agenzie finanziarie. Il fintech, in questo contesto, interviene aggiungendo un tassello fondamentale, offrendo la possibilità di internalizzare nei sistemi in rete pagamenti e transizioni e aprendo a un nuovo tipo di istituzione finanziaria, più “leggera”, puntando in maniera primaria sulla riduzione di costi fissi non indifferenti (ad esempio il mantenimento di filiali affollate) attraverso il rifiuto dell’uso di denaro contante come mezzo.

Tuttavia, gli ultimi anni ci hanno insegnato che puntare esclusivamente sulla digitalizzazione e sull’informatizzazione della finanza può creare, allo stato attuale delle cose, effetti collaterali non indifferenti. In primo luogo, l’approccio snello delle multinazionali fintech impone minore attenzione ai controlli della sicurezza delle transazioni; in secondo luogo, come sottolinea il Washington Post le aziende fintech sono molto spesso oberate dalla necessità di crescere rapidamente e nel minor tempo possibile rendendo partecipi i loro finanziatori dei loro progressi in termini di profitto e dividendi. “Questo” – si nota – “può portare le imprese a sentirsi poco incoraggiate nel prendere un approccio responsabile nel controllare i flussi di denaro da attività potenzialmente illecite”. Non dimentichiamo che proprio in uno dei Paesi più aperti al fintech, l’Estonia, la filiale locale di Danske Bank ha contribuito a uno dei più grandi piani di riciclaggio di massa della storia.

Si noti che questi due punti sono esattamente simmetrici ai due maggiori appunti mossi in direzione del contante da parte di chi chiede una graduale eliminazione di banconote e monete dalla società. “Tra questi”, sottolinea Wall Street Italia, “Kenneth S. Rogoff, noto economista di Harvard che con il suo saggio pubblicato nel 2006 The Curse of Cash (Princeton University Press),  stima che più di un terzo di tutta la moneta statunitense in circolazione è utilizzata da criminali e truffatori fiscali nell’economia domestica e suggerisce che la percentuale è ancora più alta per le banconote di grosso tagli”. Ebbene, focalizzarsi solo sul contante impedisce di vedere che senza una reale garanzia di protezione anche nella finanza digitalizzata possono succedere problematiche del medesimo tipo e – anzi! – unendo alla natura digitale dei conti corrente quella delle transazioni si amplia il perimetro da difendere da malfunzionamenti di sistema, “buchi”, attacchi hacker. Fattispecie particolarmente vera in relazione ai clienti di imprese come Wirecard, in larga misura costituito da milioni di consumatori retail che si affidano alle sue prepagate.

Nel 2016, ad esempio, la Banca centrale del Bangladesh subì un furto informatico al suo conto presso la Federal Reserve di New York, depredato di 101 milioni di dollari, 81 dei quali sono stati dirottati su conti bancari privati nelle Filippine, Paese che deve sicuramente rafforzare la sua capacità di reazione a manovre “ombra” come quelle prese in esame, e altri 20 su un conto di una banca nello Sri Lanka. L’anno successivo gli hacker del virus WannaCry puntarono a sfruttare in maniera spericolata il metodo della richiesta di riscatti finanziari per liberare i sistemi operativi da loro colpiti. Gli hacker riuscirono a raccogliere una cifra modesta, 106mila dollari, ma l’azione spaventò notevolmente gli esperti di sicurezza informatica e finanziaria di tutto il mondo. Per ogni Paese la cybersecurity è fattore di sicurezza nazionale, e lo è ancora di più quando in gioco ci sono i dati finanziari di milioni di cittadini.

In conclusione, una transizione graduale e consapevole verso mezzi di pagamento digitali e diversificati non è da ritenere necessariamente una problematica, per quanto fattori umani, fiduciari e culturali possano legittimamente rallentare la graduale riduzione del peso del contante nella nostra società. Al tempo stesso, portare sul ramo fintech l’intero comparto economico senza le dovute garanzie di sicurezza dai rischi di “buchi” nel sistema o da vere e proprie frodi risulta estremamente problematico, e aumenterebbe soltanto la sfiducia dei cittadini: la de-contantizzazione porta alla mancanza di un rapporto materiale con il denaro che rende sempre meno tangibile il rapporto con esso e deve essere compensata da garanzie di assoluta sicurezza nella tutela delle transazioni. Una meta da cui siamo ancora ben lontani, come insegna il caso Wirecard.

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