Scorrono le lancette dell’orologio e si avvicina sempre di più la data per l’avvicendamento al vertice della Banca centrale europea. Si chiuderà così il ciclo che ha visto protagonista Mario Draghi. Da quel lontano 2011, anno in cui divenne presidente dell’Istituto di Francoforte, non sembrano essere passati 8 anni, ma una vita intera.

Otto anni di Draghi, dal 2011 al Quantitative easing

In Italia governava l’ultimo esecutivo a guida Berlusconi, l’Europa si apprestava ad entrare nel complicato periodo di crisi dei debiti sovrani e la Libia non era ancora diventata una delle principali rotte migratorie verso il Mediterraneo. Otto anni dopo la situazione appare radicalmente cambiata e di conseguenza anche il ruolo della Banca centrale europea.

Secondo diversi opinionisti il momento clou della presidenza Draghi è stata la famosa frase “Whatever it takes” pronunciata nel luglio 2012. Una dichiarazione che ha aperto le porte al Quantitative Easing, ovvero al programma di acquisto dei titoli di Stato dei Paesi dell’area euro, ponendoli di fatto al sicuro rispetto ad eventuali tempeste speculative ed aumenti incontrollati dello spread.

Questo programma non si è fino ad oggi interrotto e sembra essere ormai entrato nella normalità della governance economica europea. Tant’è che da diverse parti si è espressamente chiesto che tale garanzia sui debiti sovrani diventi un obbligo da parte della Bce, come sottolineato nel documento presentato nel 2018 dall’ex ministro italiano degli Affari europei Paolo Savona.

Weidmann è stato uno dei principali critici di Draghi

Tale dibattito potrebbe però arenarsi con l’imminente cambio al vertice della Bce e, in particolare, uno dei candidati più quotati potrebbe mettere in discussione quanto acquisito finora. Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank, non solo fa parte dei possibili candidati alla successione di Draghi, ma ne è stato anche il principale critico per tutta la durata della sua presidenza. Weidmann fu particolarmente critico con Draghi proprio dopo l’enunciazione del principio “Whatever it takes”. Perché? Secondo Weidmann, e più in generale per la Germania, il principale obiettivo della Bce sarebbe dovuto essere la stabilizzazione dei prezzi e il contenimento dell’inflazione.

Immettere una quantità considerevole di denaro nel sistema europeo, come il Quantiative Easing prevedeva, avrebbe potuto portare rischi inflazionistici. La critica contro Draghi si fece talmente aspra che Weidmann testimoniò contro l’operato del capo della Bce durante un processo alla Corte costituzionale tedesca che aveva come oggetto la presunta violazione del mandato da parte dell’istituto di Francoforte. Weidmann a capo della Bce rappresenterebbe dunque la chiusura dei rubinetti europei per gli Stati e, come dichiarò Paul Krugman, la probabile “distruzione dell’euro”.

Da falco a colomba, la mossa politica di Weidmann

Tale atteggiamento di estremismo del rigore sarebbe stato percepito dalla nuova composizione europea uscita dalle recenti elezioni che avrebbe così fatto scendere le quotazioni di Weidmann. “Quali che siano le grandi questioni che il prossimo presidente della Bce dovrà affrontare in futuro, la risposta non può essere Jens Weidmann”, ha scritto Paul Taylor su Politico.eu. Messo in allarme da queste sirene, Weidmann ha così deciso di ripulire la sua immagine e in una recente uscita, confermata da Federico Fubini sul Corriere della Sera, pare aver riconosciuto come legittime le scelte strategiche fatte da Draghi, in particolare per quel che riguarda l’acquisto dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà.

“Solo gli stupidi non cambiano opinione” si usa dire, ma cambiare opinione troppo spesso può risultare sospetto. Non possiamo sapere se la giravolta di Weidmann sia dovuta ad una spontanea presa di coscienza oppure ad un mero calcolo politico, oppure ad entrambe le cose. Certo è che non si tratta della prima volta in cui Weidmann ritratta quanto fatto in precedenza. Solo nello scorso settembre 2018, a distanza di ben sette anni dai fatti, Weidmann aveva infatti ammesso la responsabilità tedesca nella gestione della crisi greca. “Molte banche si sono assunte rischi che alla fine non potevano sostenere – spiega Weidmann – In molti casi hanno investito in prodotti molto complessi, i cui rischi non erano trasparenti”.

Il profilo di Weidmann risulta così chiaro scuro, difficile da giudicare per un’eventuale ruolo di presidente della Bce. Un (ex) falco che sta cercando in tutti i modi di apparire come una colomba.

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