Il doppio standard è figlio dei rapporti di forza. Rimane una costante storica nei rapporti tra nazioni l’applicazione selettiva delle regole e dei trattati da parte dei Paesi in posizione di vantaggio politico o economico.

Per la Germania nell’Unione europea vale proprio questo principio. Da oltre un decennio Berlino si trova nella condizione di essere lo “sceriffo” che intende far rispettare, selettivamente, le regole di Maastricht sul bilancio riservandosi di violare i parametri europei sulle questioni commerciali.

Stando alle Macroeconomic imbalance procedure (Mip) introdotte nel 2011 dall’Unione un Paese non dovrebbe avere un saldo positivo della bilancia commerciale superiore al 6% del Pil nella media a tre anni. La Germania viola sistematicamente questo dato e, anzi, nel 2019 ha visto il saldo delle partite correnti crescere dal 7,3% al 7,6% del Pil, un valore simile all’8% registrato tra il 2015 e il 2017. Il 7,6% del Pil implica un saldo  commerciale positivo delle partite correnti (flusso di beni, servizi e investimenti) pari a 293 miliardi di dollari (circa 262 miliardi di euro).

Nonostante un trimestre di recessione, la stagnazione dell’economia e il ridimensionamento finale della produzione industriale la Germania rimane la prima economia al mondo per rapporto tra surplus e Pil. Le regole rimangono sullo sfondo. Orpello riservato a chi non ha la forza di costruire un’influenza nel Vecchio Continente. In un contesto di crisi dell’export europeo, la Germania non può, col senno di poi, lamentarsi del risultato. Deve, piuttosto, preoccuparsi del mercato interno, stagnante e bloccato dall’assenza di riforme e di politiche di investimento anti-crisi. Annunciate e non applicate in maniera profonda.

La Germania di Angela Merkel,nel frattempo, prosegue in Europa con la sua ipocrisia. Con il modello fondato sulla svalutazione interna del fattore lavoro Berlino riesce a spiazzare il mercato europeo con l’export e a coagulare sul suo sistema economico i dividendi di un surplus commerciale eccessivo. Il tutto mentre i lavoratori si dibattono tra lavori precari e stagnazione salariale legati alla mancanza di spesa interna. Un’ipocrisia denunciata sempre più fortemente, anche da chi in Germania ne teme le conseguenze.

Nel luglio 2018, parlando alla CnbcGabriel Felbermayr, direttore del Centro per l’ economia internazionale presso l’Ifo, principale think tank economico tedesco ha criticato il lassismo del governo: “Il surplus commerciale della Germania si sta rivelando un problema crescente, non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali, e anche all’interno dell’ Unione europea. Il surplus sta diventando tossico e anche in Germania molti ormai sostengono che dobbiamo fare qualcosa al riguardo, allo scopo di abbassarlo. Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa”. Questo perché Berlino riesce a sfruttare con la svalutazione interna e il declinante costo del lavoro la possibilità di esportare beni ad alto valore aggiunto (auto, macchinari, farmaci, prodotti chimici) senza equilibrare il tutto con un aumento dei consumi interni.