La guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina sta per compiere il suo primo anno di vita. Dal 6 luglio 2018, giorno delle prime tariffe imposte da Trump su 50 miliardi di dollari di merci cinese, il braccio di ferro non ha ancora decretato un vincitore. Anzi, altro che accordo a un passo, Washington e Pechino continuano a schiaffeggiarsi a colpi di dazi. Gli ultimi sono arrivati solo poche settimane fa.

Vincitori e vinti

La Trade War in atto, al di là del significato geopolitico, sta trasformando l’economia globale e le sue rotte commerciali. Le tariffe americane sui prodotti cinesi hanno lasciato sul campo di battaglia vincitori e vinti. Alcuni Paesi sono stati avvantaggiati dall’ostilità della Casa Bianca contro il Dragone, tanto che la loro economia si è rafforzata. Altri hanno constatato invece l’effetto opposto. Proviamo allora a capire chi guadagna dalla guerra dei dazi e chi ci rimette.

Gli Stati del sud-est asiatico ne approfittano

I beneficiari più importanti della Trade War si trovano in Asia e sono per lo più confinanti con la Cina. Thailandia e Malaysia guidano la truppa dei vincitori, seguiti in seconda fila da Vietnam, India, Indonesia e Filippine.

Il meccanismo che sta agevolando questi Paesi è il graduale abbandono delle supply chain delle aziende che avevano delocalizzato le loro attività oltre Muraglia. Chi era sbarcato in terra cinese per godere di bassi salari e costi risicati – molte aziende americane – ora deve fare fare i conti con le tariffe, perché la maggior parte di questi beni veniva sì prodotto in Cina ma solo per poi essere esportato in Occidente, in primis negli Stati Uniti. Per evitare la mannaia dei dazi, aziende simili si stanno spostando altrove.

Così Pechino dribbla le tariffe americane

Come riporta un paper dell’Economist Intelligence Unit, catene varie e multinazionali americane hanno attivato le prime procedure burocratiche per trasferirsi nel sud-est asiatico. Non ci sarà un esodo di massa quanto piuttosto un’evidente riorganizzazione degli equilibri commerciali di tutti i settori chiave. Il più coinvolto è il settore delle auto; i produttori cinesi di componenti automobilistici sono presi di mira dalle tariffe e rischiano di perdere quote di mercato in regioni come l’America Latina.

In passato, da qui le merci prendevano la via degli Stati Uniti passando dal Messico grazie al
vecchio accordo Nafta, ma adesso serve un piano b. Pechino sa che esiste un altro accordo commerciale, il Cptpp, ovvero la nuova Trans Pacific Partnership di cui Malaysia, Singapore e Vietnam faranno parte.

La tendenza che si è registrata riguarda il trasferimento delle aziende cinesi in questi Paesi giocando sul Cptpp, anche se gli Stati Uniti non hanno preso parte all’accordo.

Il settore automobilistico

Riguardo il settore auto c’è poi da considerare il mercato interno cinese, perché molti cittadini possiedono auto americane o i cui pezzi sono in parte prodotti dagli Stati Uniti. Dal momento che anche la Cina ha imposto dazi su alcuni beni statunitensi, Pechino importerà da altri Paesi asiatici. Ad esempio Bmw e Mercedes hanno operazioni in Thailandia, mentre la Malaysia conta più di 800 produttori di componenti di auto.

India e Bangladesh regine dell’abbigliamento

Sul fronte abbigliamento Bangladesh, India e Vietnam sono pronti a spartirsi un buon pezzo di torta. Le multinazionali del tessile cercano manodopera a basso costo e regioni in cui vi siano regolamenti non troppo duri, e gli Stati sopra citati rispondono all’identikit tracciato.

I tre sono inoltre membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e, soprattutto il Bangladesh, accoglie già marchi internazionali. In caso di necessità Zara, H&M, The Gap, Zara e Levi’s sono pronti a deviare gli ordini da Pechino a Dacca per dribblare l’effetto delle sanzioni.

La Cina potrebbe iniziare a usare gli Stati a lei vicini come cavalli di Troia per continuare a far commerciare le proprie aziende con gli Stati Uniti. Le sanzioni si applicano infatti solo sulle merci made in China, ma quando un’azienda cinese delocalizza in Vietnam il prodotto smette di essere ufficialmente cinese. A differenza del guadagno.

Amici degli Stati Uniti, nemici della Cina

Allargando la visione sul sistema delle alleanze, alcuni Paesi beneficiari della guerra dei dazi sono storici alleati degli Stati Uniti, su tutti l’India e le Filippine. Pochi anni fa gli analisti consideravano India e Cina i due rivali più accreditati per guidare l’Asia: alla fine la spuntò Pechino ma ora la situazione potrebbe cambiare. Adesso l’Elefante indiano potrebbe rinascere e creare seri problemi al Dragone, sia dal punto di vista commerciale che militare e politico.

Gli Stati Uniti dovrebbero però mettere in conto anche il tonfo rimediato dall’economia di altri suoi storici amici asiatici. Nell’industria automobilistica Giappone, Corea del Sud e Taiwan vedranno presto i loro indici economici scendere vertiginosamente a discapito degli alleati cinesi, Vietnam su tutti.