Tra i Paesi rigoristi d’Europa l’Austria sta conquistandosi nelle ultime settimane una menzione d’onore a fianco del “falco” per eccellenza, l’Olanda di Mark Rutte. Il cancelliere Sebastian Kurz tornerà in mente ai più attenti per le sue feroci esternazioni retoriche pro-austerità in occasione della discussione della manovra italiana del 2018, avendo chiesto esplicitamente Commissione di respingere la proposta di budget dell’esecutivo Lega-Cinque stelle, poi mediata dal premier Giuseppe Conte.

Ora Kurz, tornato in sella dopo aver rotto la coalizione del suo Partito popoalre con i sovranisti dell’Fpo e aver vinto le elezioni coalizzandosi con i Verdi, rilancia la stessa retorica rigorista sul piano comunitario, chiudendo a qualsiasi opzione di Recovery Fund che portasse una parte del Vecchio Continente a pagare per il resto, posto in maggior crisi dalla pandemia di coronavirus.

Il governo Kurz parla per bocca del suo Ministro delle Finanze, il falco rigorista Gernot Blümel, che in un’intervista a La Stampa affonda la mannaia di Vienna sul Recovery Fund proposto da Ursula von der Leyen: “Siamo sempre pronti a negoziare, ma non possiamo accettare questo piano. I contribuenti austriaci pagherebbero troppo e troppo a lungo: con la proposta attuale della Commissione europea, aumenterebbe del 50% la quota che dobbiamo versare all’Ue”, nota, senza la garanzia di un ritorno sostanziale di risorse nel Paese.

Il 39enne Blümel, compagno di partito di Kurz, ostenta una dose di euroscetticismo che è comune agli ultra rigoristi di matrice più strettamente liberale: il mantra dell’I want my money back! di Margaret Thatcher traspare laddove il braccio destro del leader di Vienna aggiunge che “Bruxelles vorrebbe far credere che gli aiuti siano gratis, ma non è così. Tutti dovremo pagare questa enorme montagna di debiti per 30 lunghi anni”. In un certo senso la critica è più approfondita di quella dell’Olanda di Rutte, che mirava in primo luogo a incassare l’assicurazione sulla vita dell’inserimento del Mes nel pacchetto di risposta alla crisi.

Vienna piazza invece la bomba nella stanza a poche ore del Consiglio europeo in cui si comincerà a discutere della concreta strutturazione del fondo Next Generation Eu, andando oltre la contro-proposta dei falchi in risposta al patto Merkel-Macron che apriva a una manovra fondata su prestiti da restituire in maniera rigorosa. E non è secondario notare che il bersaglio principale della retorica “virtuosi contro cicale” che è leggibile in filigrana al discorso del ministro austriaco sia l’Italia.

Blümel, infatti, fa notare: “Il debito pubblico dell’Italia è il secondo più alto dell’Ue e si rifinanzia sul mercato con interessi elevati”, anche se sarebbero ancora più alti se un ricorso al Mes rendesse subordinati nel rimborso i Btp nazionali. “Anche il settore bancario ha dei problema a riscuotere i prestiti a rischio”: parliamo degli stessi crediti deteriorati che l’Unione Europea intende rendere commercializzabili a livello comunitario? “Nel vostro Paese, la vita lavorativa media è di 32 anni, in Austria di 38, in Svezia di ben 42”: ma in Italia o in diversi altri Paesi europei non vi è nemmeno la svalorizzazione del lavoro tipica dell’Austria, Paese che ha esteso a dodici ore giornaliere medie (sessanta ore settimanali!) il massimo di durata della settimana lavorativa proprio sotto i governi di Kurz.

Blumel dice delle verità, certamente, ma fa una cernita volontaria di statistiche dimenticando il dato politico: ovvero che il suo Paese sostiene una linea rigorista rivelatasi estremamente deleteria per l’economia europea. Viene quasi da pensare che la sua opposizione al Recovery Fund sia di maniera, dato che con ogni probabilità l’Italia sarà tra i Paesi che riceveranno meno contributi a fondo perduto di quanto sarà la loro quota complessiva di dotazioni al bilancio europeo 2021-2027. E del resto la stampa tedesca da tempo ha fatto mea culpa su numerosi miti sull’Italia propugnati negli anni scorsi. Ma il rigore austeritario è duro a morire: ed è il vero rischio sistemico per la tenuta dell’euro e dell’Ue. Lo vediamo nel caso Bce-Bundesbank e lo confermiamo assistendo all’atteggiamento di Paesi come Olanda e Austria: più che l’analisi razionale, può la retorica.