I dati sul commercio dell’Italian Trade Agency sono solo l’ultima stoccata subita dal nostro Paese nel contesto del deterioramento dell’economia legato alla pandemia di coronavirus. Da marzo, quando Roberto Gualtieri rassicurava sulle conseguenze economiche della crisi pandemica dichiarando che non si sarebbero persi posti di lavoro e quote sostanziali di Pil gli effetti recessivi hanno anticipato la capacità degli analisti e dei centri studio di leggere i cambiamenti in atto.

Adesso le statistiche appaiono meno all’inseguimento della realtà, ma la lettura dei dati fa male: si prevede la perdita di oltre un decimo del Pil, di circa il 12% dell’export e di centinaia di migliaia di posti di lavoro. “Per un paese che conta molto sull’export”, fa notare Dagospia, “avere i nostri principali partner commerciali (Usa, Cina, Russia, Regno Unito) che arrancano e che non comprano più, è durissima. La domanda americana di beni italiani si è contratta del 15%, cifra che da sola vale circa l’1% del Pil”. E secondo molti analisti la tempesta perfetta può scatenarsi più avanti, dall’autunno.

Perchè si tiene così d’occhio la parte finale dell’anno? In primo luogo perchè con la fine dell’estate avremo il reale impatto delle previsioni con la realtà e alle conseguenti fibrillazioni su mercati e fiducia di imprese e consumatori; in secondo luogo perchè con l’insorgere di difficoltà finanziarie e occupazionali per molti italiani verrà il momento di ridurre al ribasso la quota di reddito allocata su spese e consumi, riducendo in maniera sensibile una componente importante del Pil; in terzo luogo perchè il proseguimento della recessione rischia di sdoganare quella tempesta finanziaria che ha già fatto danni su scala globale a marzo prima di rientrare sulla scia dell’intervento in campo di governi e banche centrali.

A marzo le piazze semplicemente non potevano crollare ulteriormente perchè per fisiologia la risposta pubblica ha dato uno stimolo favorevole; ma sul lungo periodo le semplici iniezioni di liquidità non bastano, e si parla di ricostruire da zero intere filiere. In Italia, nel frattempo, il governo si trova di fronte a diversi bivi: prorogare blocchi ai licenziamenti e casse integrazione di lungo termine o rilanciare investimenti e spesa produttiva? Aderire al Mes o attendere i denari del Recovery Fund? Affrontare le questioni vitali per la tenuta sociale del Paese, in primo luogo istruzione e sanità, o attestarsi sulle solite misure-bandiera senza visione di lungo periodo?

C’è poi un convitato di pietra che Dagospia ricorda: “lo smart working, che ha salvato alcune attività ma ne ha condannate altre. Il 40-50% del giro d’affari collegato a uffici e fabbriche rischia di sparire se le persone continueranno a lavorare da remoto”. Autorevoli voci del mondo economico milanese confermano, aggiungendo che il rampante capoluogo lombardo potrebbe pagare in prima persona un duro prezzo all’istituzionalizzazione dello smart working. Un manager attivo nel settore finanziario ci ha dichiarato di aver trovato “un silenzio assordante” al ritorno negli uffici della sua società, e di esser stato colpito dagli analoghi silenzi nei bar, nei ristoranti e nelle strade vicine al suo luogo di lavoro. Fattispecie che chi scrive può confermare, avendo potuto di persona constatare a più riprese il ridotto flusso che attraversa aree della città come Porta Nuova, centro del mondo del business cittadino.

A Milano, ma non solo, lo sdoganamento dello smart working crea conseguenze a cascata sull’indotto economico: ristorazione, trasporti, servizi al cittadino, mercato immobiliare, affitti, servizi bancari e assicurativi delle maggiori città del Paese sono direttamente impattati; aggiungendo a questo il calo di produttività e le asimmetrie legate all’identificazione di abitazione ed ufficio per i lavoratori, senza un giusto mezzo tra vita ordinaria e telelavoro, si può cogliere appieno la misura di un problema difficilmente quantificabile nell’immediato in termini di minor Pil, ma sicuramente significativo.

Per uscire da tutto questo servono strategie di lungo periodo, investimenti e coraggio politico: quel che il governo Conte II non sembra esser pronto a mettere in campo nell’immediato. Un esecutivo volto solo a conservare sè stesso e le sue rendite di posizione rischia di affondare assieme a un Paese che chiede risposte. L’autunno è alle porte: e sarà un redde rationem per l’Italia del post-pandemia.

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