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Verso il voto sui dazi: dopo la Camera e il Senato anche la Corte Suprema “punirà” Trump?

Verso il voto sui dazi: dopo la Camera e il Senato anche la Corte Suprema "punirà" Trump? Il presidente alla prova.

Mercoledì 14 gennaio è destinato a essere un giorno-spartiacque per l’amministrazione Usa di Donald Trump, dato che a Washington la Corte Suprema a maggioranza conservatrice si riunirà per decidere della legittimità dei dazi commerciali imposti dal presidente a partire dal Liberation Day, il 2 aprile scorso.

La spada di Damocle della Corte Suprema sui dazi

Sotto la lente della massima magistratura Usa non è tanto il tema economico dei dazi in sé quanto il fatto che Trump si sia appellato a una legge del 1977, l’International Emergency Economic Powers Act, per bypassare il Congresso e imporre le tariffe appellandosi a ragioni di sicurezza nazionale, facendo riferimento al debito e al deficit pubblici come emergenze da contrastare. Non a caso, i dazi sono stati presentati come un vero e proprio “biglietto di ingresso” alla globalizzazione a guida Usa, come una leva con cui Trump intendeva ridisegnare i rapporti di forza commerciale e come una base per fare cassa e abbattere l’indebitamento americano.

Tutto questo costrutto sarà alla prova della Corte Suprema, che venerdì scorso si è trovata e riaggiornata sul tema a mercoledì. Sarà un voto spartiacque per molti motivi. Innanzitutto, perché è un vero e proprio “referendum” su un intero sistema economico e politico con cui Trump ha cambiato le regole del gioco per i mercati e per molti partner degli Usa, usando i dazi come leva per accordi commerciali con vari attori (Giappone, Corea del Sud, Regno Unito, Unione Europea) che li hanno presi per consolidati. In secondo luogo, perché sarà un test politico importante per un presidente assertivo, che nel mondo fa la faccia feroce, che intende consolidare la potenza Usa con un vasto riarmo, con l’interventismo su vari fronti (il caso Venezuela parla chiaro) e con un’ampia serie di strappi in politica estera ed economica ma sul fronte interno è pesantemente indebolito.

Il tasso d’approvazione di Trump, secondo un sondaggio dell’Associated Press di dicembre, è al 36% contro un 61% di disapprovazione, che coinvolge anche il 18% degli elettori del Partito Repubblicano. Notevolmente, l’approvazione di Trump è più alta su dossier come la gestione dell’immigrazione (50% di sostegno) ma è bassa sull’economia, tema decisivo per la vittoria contro Kamala Harris nel 2024.

Camera e Senato hanno già colpito Trump

Da marzo a oggi il tasso di approvazione dell’operato di Trump in economia è sceso dal 40 al 31%, e questo pone dei rischi all’amministrazione attesa a novembre dalle elezioni di metà mandato. Inoltre, Trump sta mostrando di non tenere sotto il controllo tutte le leve del potere.


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Dopo l’azione in Venezuela del 3 gennaio, il Senato ha votato una risoluzione sui poteri di guerra del presidente che impedisce ulteriori iniziative, presentata dall’opposizione democratica e sostenuta da quattro repubblicani. Settimana scorsa la Camera dei Rappresentanti ha approvato un provvedimento ostile a Trump che consente il pagamento di alcuni sussidi dell’Obamacare che The Donald intendeva fermare. Anche qui, decisivo il voto dei frondisti del Grand Old Party.

Due istituzioni controllate dal partito di Trump hanno iniziato a smarcarsi dal presidente, anche perché tutti i deputati e un terzo dei senatori andranno a rielezione e gli incumbent conservatori non vogliono appiattirsi giocoforza sul presidente. Un voto negativo della Corte Suprema sarebbe il terzo schiaffo per Trump da parte di istituzioni a maggioranza conservatrice.

E Trump punta la Fed

Trt World nota che “la sentenza contro Trump farebbe deragliare la sua 
strategia tariffaria e potrebbe allentare la pressione sui mercati, poiché probabilmente abbasserebbe l’aliquota tariffaria effettiva media dall’attuale stima del 12%”. Soprattutto, scalfirebbe l’inviolabilità del presidente a poco meno di un anno dal ritorno alla Casa Bianca. Aprendo a una difficoltà di governance che potrebbero trasmettersi ad altre istituzioni.

Non a caso, dopo gli shock parlamentari e mentre si avvicina il voto alla Corte, Trump ha aperto il fronte della Federal Reserve, con il Dipartimento di Giustizia che ha avviato un’indagine penale contro il presidente uscente Jerome Powell per presunte dichiarazioni mendaci al Congresso sulla ristrutturazione della sede della banca centrale a Washington. Una mossa per condizionare il futuro della Fed anche prima della nomina del successore di Powell, per cui è favorito il capo del Consiglio Economico Nazionale Kevin Hassett, e mandare un messaggio: Trump vuole che la Fed assecondi la sua volontà ed è disposto ad agire per indurla in questa direzione per ottenere tassi più bassi. Una manovra che ritiene sinergica a una strategia daziaria che dopo il 14 gennaio, però, potrebbe esser messa in discussione.

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